Massime Commissione Società

195. Voto “determinante” e deliberazioni unanimi nel consiglio di amministrazione (artt. 2388 e 2475 c.c.)

Massime Commissione Società

195. Voto “determinante” e deliberazioni unanimi nel consiglio di amministrazione (artt. 2388 e 2475 c.c.)

MASSIMA

E’ legittima la clausola statutaria che stabilisca che le deliberazioni del consiglio di amministrazione di s.p.a. o di s.r.l. siano validamente assunte solo se, oltre al quorum stabilito dalla legge o dallo statuto, ricorra anche il voto favorevole, o non ricorra il voto contrario, di uno o più determinati amministratori, individuati in virtù della carica che ricoprono o della “provenienza” della loro nomina o di altri idonei criteri di determinazione.

E’ legittima la clausola statutaria che subordina la valida assunzione delle deliberazioni del consiglio di amministrazione di s.p.a. o di s.r.l. al voto favorevole di tutti gli amministratori in carica. 

Motivazione

Secondo l’art. 2388, comma 2, c.c. “le deliberazioni del consiglio di amministrazione di s.p.a. sono prese a maggioranza assoluta dei presenti, salvo diversa disposizione dello statuto”. La norma non pone limiti espliciti all’autonomia statutaria: al riguardo sono ammessi, dunque, sia la riduzione (o indebolimento) sia l’aumento (o rafforzamento) del quorum deliberativo.

La riduzione del quorum si realizza, ad esempio, quando si preveda l’ininfluenza delle astensioni, con sostituzione della regola di maggioranza assoluta, che si ottiene quando i voti favorevoli sono superiori all’insieme dei voti contrari e delle astensioni, con quella di maggioranza semplice, che si ottiene quando i voti favorevoli sono superiori ai voti contrari, ma non anche alla somma dei voti contrari e delle astensioni (le quali non rilevano).

Ancora, la riduzione del quorum di legge si realizza quando si prevede che in caso di parità di voti favorevoli e contrari prevale il voto del presidente (o di altro componente comunque determinabile ex ante) del consiglio di amministrazione (casting vote): caso nel quale non si può dire, alla lettera, che la delibera sia presa “a maggioranza assoluta dei presenti”.

Parallelamente anche l’aumento del quorum si può realizzare in due direzioni.

Per un verso ciò può avvenire richiedendo un numero di voti favorevoli più alto rispetto a quello sufficiente ad integrare la maggioranza assoluta dei presenti: e ciò a sua volta può ottenersi o parametrando la maggioranza voluta a tutti i componenti del consiglio (ancorché assenti) o innalzando la soglia rispetto ai soli presenti (ad es. 2/3 degli intervenuti), o con un misto di entrambe le tecniche (in un consiglio con molti amministratori si potrebbe richiedere il riscontro di una maggioranza dei 2/3 dei presenti che raggiunga anche la maggioranza dei componenti in carica).

Per altro verso all’aumento del quorum si può addivenire attribuendo un voto determinante ad un amministratore: in tal caso, benché la maggioranza possa rimanere quella calcolata sui presenti, non è più sufficiente una prevalenza dei voti favorevoli (da chiunque provengano) sull’insieme dei contrari ed astenuti, in quanto occorre che tra i voti favorevoli si registri quello dell’amministratore a cui sia attribuito il voto determinante (“voto favorevole determinante”). Una variante consiste nella sufficienza che tra i voti contrari non vi sia quello di un dato amministratore: a differenza del “voto favorevole determinante” di cui all’ipotesi precedente, il “voto contrario determinante” permette l’adozione della delibera che riporti la maggioranza richiesta anche in assenza o con l’astensione dell’amministratore che abbia il voto determinante.

Per contro, il voto determinante non conduce ad un innalzamento del quorum costitutivo: certamente non nel caso di voto contrario determinante, che in assenza del titolare non impedisce non solo la discussione ma anche l’adozione delle deliberazioni con la maggioranza richiesta; ma, a ben vedere, neppure l’assenza dell’amministratore con voto favorevole determinante di per sé impedisce che il consiglio possa riunirsi e discutere nella ricorrenza del quorum costitutivo previsto dalla legge o dallo statuto, sebbene non si possano validamente adottare le delibere per le quali sia previsto come imprescindibile il voto favorevole dell’amministratore assente. In ogni caso, per chi ritenga che l’aumento o rafforzamento del quorum deliberativo, che richieda una necessaria presenza altrimenti non richiesta, abbia una simmetrica necessaria incidenza sul quorum costitutivo, si ricordi che l’art. 2388, comma 1, c.c. autorizza espressamente l’aumento statutario del numero dei presenti, nel che trova spazio la richiesta di presenza dell’amministratore determinante.

Il voto determinante può essere riservato a talune delibere, ritenute particolarmente importanti per alcuni soci o gruppi portatori di interessi rilevanti, oppure essere esteso a tutte le delibere. Inoltre può essere incondizionato oppure subordinato al verificarsi e/o al mantenersi di determinati presupposti (stalli decisionali, presenza di taluni investitori nella base sociale, svolgimento di attività in dati mercati o territori, realizzazione di progettate operazioni straordinarie, ecc.).

Il voto determinante può essere attribuito a qualsiasi amministratore, purché lo statuto contenga un criterio di sicura imputabilità che ne consenta l’individuazione. Ciò può avvenire mediante associazione ad una carica (ad es. presidente, amministratore delegato) o in funzione della relativa “provenienza”, in connessione con le modalità con cui è avvenuta la nomina, facendo sì che a beneficiarne sia l’amministratore espresso dai portatori di determinati interessi rilevanti (ad es. amministratore designato dai titolari di una categoria di azioni o di diritti particolari nella s.r.l.; il primo nome della lista di minoranza che abbia ricevuto più voti nella elezione degli amministratori mediante il voto di lista; l’amministratore nominato dai portatori di strumenti finanziari partecipativi ai sensi dell’art. 2351, comma 5, c.c.). Ma niente vieta ulteriori e diversi criteri idonei ad identificare l’amministratore dotato del voto determinante, selezionandolo per autorevolezza (ad es. il più anziano di età) o per esperienza (chi da più tempo esercita funzioni gestorie nel settore in cui opera la società) o per numero di consensi riscossi (chi abbia ricevuto più voti in caso di votazione a maggioranza relativa) o per altre ragioni.

Nemmeno può escludersi che il voto determinante venga riconosciuto a più di un amministratore, sino al punto-limite di ritenere determinanti tutti gli amministratori: ciò si tradurrebbe nella richiesta di adottare la delibera all’unanimità dei componenti del consiglio di amministrazione in caso di voto favorevole determinante generalizzato (mentre in caso di voto contrario determinante generalizzato la delibera può essere adottata anche se alcuni amministratori sono assenti o si astengono, purché nessuno voti contro).

Le ragioni che possono suggerire l’introduzione del voto determinante di più amministratori sono legate alla possibile coesistenza di singoli soci o gruppi di soci o altri portatori di interessi, i cui accordi conducano ad equilibri che si riflettono nella composizione del consiglio di amministrazione: di tal che, se non per tutte almeno per alcune delibere, ad ogni esponente del connesso centro di interessi si intenda riservare un potere di veto sulle altrui decisioni. La tecnica in oggetto risponde, insomma, ad un’esigenza di condivisione delle decisioni che è spesso fondamentale per dar corso e sviluppo ad investimenti importanti, quando tali investimenti non provengano da una sola fonte (il socio dominante). In alcuni casi, soprattutto quando il consiglio di amministrazione è composto da un numero limitato di amministratori (3/4 componenti), a ciascuno – in forza della relativa “provenienza” – potrebbe essere concesso un voto determinante a difesa degli equilibri raggiunti, sino al punto da richiedersi deliberazioni unanimi.

Circa l’ammissibilità di deliberazioni unanimi generalizzate, come è noto, la dottrina discute e la giurisprudenza ha spesso adottato in passato una posizione critica. Ma a chi obietta che in tal modo potrebbero porsi intollerabili ostacoli all’adozione di deliberazioni gestorie, in contrasto con l’esigenza di facilità decisionale che dovrebbe contraddistinguere l’azione dell’organo amministrativo specie nelle deliberazioni vitali e/o urgenti, si può replicare che l’ordinamento non sembra avere a cuore tale esigenza più di quella di consentire l’afflusso di investimenti all’impresa societaria con le opportune tecniche di salvaguardia degli equilibri presupposti, incoraggiando con varie disposizioni la presenza non formale di amministratori “rappresentanti” di interessi diversi da quelli dei soci di maggioranza.

Tant’è vero che nell’ammettere l’elevazione dei quorum costitutivo e deliberativo l’art. 2388 c.c. non pone alcun limite massimo, nemmeno per le delibere relative alla redazione del progetto di bilancio, per la cui approvazione assembleare, invece, i quorum di seconda convocazione non sono elevabili: la differenza si giustifica perché il non raggiungimento di un quorum elevato o dell’unanimità in assemblea potrebbe non essere rimediabile in alcun modo (per l’assenteismo degli azionisti, per comportamenti ostruzionistici di una minoranza di blocco), mentre la paralisi decisionale in cui versano gli amministratori in carica può essere rimediata con la sostituzione degli stessi o con altre tecniche di intervento a soluzione dello stallo.

Merita inoltre sottolineare che, quando il consiglio di amministrazione è composto da due amministratori, il loro voto favorevole è sempre determinante e le delibere consiliari sono sempre all’unanimità: sembra allora difficile comprendere per quale motivo non dovrebbe ammettersi il voto favorevole determinante generalizzato, e conseguentemente la richiesta di unanimità, in un consiglio composto da tre amministratori, nel quale – se così fosse – si finirebbe con l’impedire l’innalzamento dei quorum (nei consigli con quattro amministratori si impedirebbe l’innalzamento del quorum costitutivo) invece consentito dall’art. 2388 c.c. indipendentemente dal numero dei consiglieri. Del resto, dal punto di vista della facilità decisionale, è a ben vedere più probabile ottenere la presenza e il consenso di tre amministratori su tre piuttosto che la presenza e il consenso di dieci amministratori (o più, ma non tutti) su quindici, benché la legittimità di un simile innalzamento dei quorum costitutivo e deliberativo sia pacifico, a fronte della chiara lettera dell’art. 2388 c.c., anche per chi dubita della regola di unanimità.

Va da sé che quanto più alto è il numero dei componenti del c.d.a. tanto più l’aumento degli amministratori con voto favorevole determinante e l’introduzione dell’unanimità (ma anche l’elevazione dei quorum in consigli numerosi, come si è visto)  rischiano di impedire l’adozione di decisioni utili pure a causa di assenze non intenzionali: ciò potrebbe indurre a suggerire una preferenza per il voto contrario determinante; ma in ultima analisi si tratta di valutazioni di opportunità che l’ordinamento rimette agli artefici dello statuto.

Quanto osservato per la s.p.a. vale a maggior ragione per la s.r.l., dal momento che in tale tipo sociale l’organo amministrativo può assumere la forma della pluralità di amministratori con poteri congiunti, e quindi tutti necessariamente consenzienti rispetto alle decisioni da adottare, senza che vi sia un numero massimo di amministratori compatibili con un’opzione del genere. Allo stesso modo, la scelta della collegialità attraverso la nomina di un consiglio non incide sulla libertà assoluta con cui lo statuto può articolare i consensi necessari per la valida adozione delle relative deliberazioni a fronte del silenzio che al riguardo caratterizza l’art. 2475 c.c. (e ciò senza entrare nella questione della possibilità di ricorrere, anche per le decisioni collegiali che richiedano il consenso unanime, alla soluzione rimediale prevista nell’amministrazione congiuntiva dall’art. 2258 c.c., richiamato nella s.r.l. dall’art. 2475, comma 3, c.c., per gli atti urgenti al fine di evitare un danno alla società).                

Nota bibliografica

Per la disciplina della s.p.a., si vedano, dopo la riforma del 2003:

– G. Guerrieri, Art. 2388, in Il nuovo diritto delle società, I, a cura di A. Maffei Alberti, Padova, 2005, 732,il quale, assumendo una posizione intermedia sull’ammissibilità di un quorum deliberativo unanime nella s.p.a., sottolinea come «con riferimento a materie vitali per l’esistenza della società, la regola dell’unanimità non sarebbe ammissibile, o dovrebbe essere temperata da una regola analoga a quella dettata dall’art. 2258 c.c. per l’ipotesi in cui vi sia urgenza di evitare danni alla società», mentre con riferimento al casting vote evidenzia come potrebbe essere accordabile anche a beneficio di altri membri del consiglio di amministrazione diversi dal Presidente;

– M. Ventoruzzo, Art. 2388, in Amministratori, a cura di M. Ghezzi, in Commentario alla riforma delle società, diretto da P. Marchetti, L.A. Bianchi, F. Ghezzi, M. Notari, Milano, 2006, 307, secondo il quale è «certamente ammissibile una disposizione dello statuto che preveda maggioranze «rafforzate» per l’assunzione di certe delibere consiliari. Ad esempio, prevedendo, in alcune materie, il voto favorevole dei due terzi degli amministratori, si potrebbe dare maggior peso ad eventuali amministratori indipendenti o espressione di soci di minoranza»;

– V. Pinto, Art. 2388, in Commentario romano al nuovo diritto delle società, diretti da F. D’Alessandro, Volume II, Tomo II, Padova, 2011, 88, secondo il quale «in difetto di univoche indicazioni normative, è controverso sino a che punto lo statuto possa sacrificare l’esigenza di efficienza e di continuità della gestione con la previsione di quorum deliberativi coincidenti, di diritto o di fatto, con l’unanimità oppure quorum costitutivi cc.dd. «integrali» o «quasi integrali», tali da attribuire a singoli amministratori – magari espressione di interessi eterogenei – poteri di veto in sede consiliare (nel primo caso) oppure, in sede extraconsiliare, poteri impeditivi dell’avvio stesso del procedimento (nel secondo caso). Il diverso tenore delle previsioni facoltizzanti la deroga statutaria contenute nel c. 1 e nel c. 2 induce ad accogliere una prospettiva interpretativa tesa a «disaggregare», ai fini dell’individuazione del perimetro d’intervento riservato all’autonomia statutaria, la disciplina del quorum costitutivo da quella del quorum deliberativo. A fronte della generica previsione, con riguardo a quest’ultimo, della salvezza di una «diversa disposizione dello statuto», con riguardo al primo la deroga statutaria è testualmente circoscritta alla previsione di un «maggior numero di presenti»: formulazione, quest’ultima, che, da un lato, rende certa – quanto al quorum costitutivo – l’inammissibilità di una deroga in minus riferita al «numero di presenti», e, dall’altro, impone di dubitare dell’ammissibilità di una deroga in maius riferita a profili diversi da quello del «numero di presenti. Sotto quest’ultimo aspetto, il sistema non pare tollerare una clausola statutaria … che, derogando all’art. 2388, c. 1, c.c. nella parte in cui rapporta la «presenza della maggioranza» al numero degli «amministratori in carica», individui il termine di riferimento del quorum costitutivo nel collegio c.d. legale. L’invalidità della clausola discende non solo (e non tanto) dal limitato ambito entro cui – come si è appena rilevato – il tenore della disposizione confina la deroga statutaria al quorum costitutivo; ma anche (e soprattutto) dalla convincente osservazione secondo cui detta clausola «offende il fondamento stesso con cui l’ordinamento garantisce la continuità della gestione in caso di incompletezza della composizione consiliare»: creando il rischio che, per fatti attinenti all’organizzazione sociale che prescindono dal comportamento effettivamente tenuto dai consiglieri in carica (ad esempio per la morte di una pluralità di amministratori), l’incompletezza del collegio si traduca in una istituzionale e oggettiva incapacità deliberativa. L’individuazione di ulteriori limiti all’autonomia statutaria non può prescindere dalla considerazione della differente posizione in rapporto alla «partecipazione» all’organo collegiale in cui versano gli amministratori nell’esercizio della funzione amministrativa rispetto ai soci nel contesto del procedimento assembleare: i primi, diversamente da questi ultimi, non esercitano le prerogative partecipative in sede consiliare nell’interesse proprio e in una situazione di libertà di azione (destinata ad arrestarsi solo dinanzi al limite esterno dell’abuso del diritto), ma sono titolari di una funzione nell’interesse altrui in un contesto caratterizzato dalla doverosità dei comportamenti. Anche quando l’amministratore sia espressione, in sede di nomina, di componenti eterogenee rispetto al gruppo di controllo costituito dalla maggioranza assembleare, la mancata partecipazione al consiglio diretta ad impedire la costituzione dell’organo e l’espressione di voto ingiustificatamente diretta ad impedire la deliberazione integrano altrettanti inadempimenti: legittimando, allo scopo di ripristinare la funzionalità dell’organo, «la revoca degli amministratori per giusta causa e la loro sostituzione con altri che siano in grado di assicurare la necessaria uniformità di comportamenti». Almeno fintanto che la maggioranza assembleare non sia privata del potere di revoca dei componenti il consiglio di amministrazione (esteso anche agli amministratori la cui nomina sia eventualmente sottratta alla maggioranza medesima), persiste uno strumento astrattamente idoneo ad impedire che le disfunzioni deliberative dell’organo amministrativo possano ripercuotersi sull’organo assembleare determinando lo scioglimento della società (ex art. 2484, c. 1, n. 3, c.c.). La revoca degli amministratori «minoritari» che abbiano tenuto comportamento ostruzionistici appare misura sufficiente a ripristinare la capacità deliberativa del consiglio anche in presenza della previsione statutaria di quorum costitutivi «integrali» o di quorum deliberativi unanimi, stante l’inderogabilità, a monte, della regola che impone di rapportare la presenza richiesta ai fini della «validità delle deliberazioni» – sia essa «integrale», «quasi integrale» o maggioritaria – ai soli «amministratori in carica» (tale non essendo più l’amministratore revocato). In presenza di tali presupposti, appare dunque arduo negare la meritevolezza (e dunque la validità) delle deroghe statutaria all’art. 2388, cc. 1 e 2, c.c. dirette a richiedere, ai fini del quorum costitutivo, la presenza di tutti gli amministratori (in carica) oppure, ai fini del quorum deliberativo, il voto favorevole di tutti gli amministratori presenti (o anche di tutti gli amministratori in carica). Il fondamento di una conclusione siffatta pare destinato a venire meno solo laddove alla sottrazione alla maggioranza assembleare del potere di nomina di uno o più componenti minoritari si affianchi anche una corrispondente privazione del potere di revoca (come nell’ipotesi prevista dall’art. 2449 c.c.). In tal caso, la mancanza di uno strumento idoneo a sanzionare disfunzioni deliberative dovute a comportamenti ostruzionistici rende inammissibile la previsione per via statutaria di quorum – siano essi quorum costitutivi «integrali» o quorum deliberativi unanimi o comunque di fatto «impeditivi» – suscettibili di attribuire poteri di veto alla componente di minoranza, quantomeno con riguardo a quelle deliberazioni consiliari «la cui (persistente) mancanza di approvazione sia idonea a condurre la società allo scioglimento». In questa situazione, l’istanza tesa a potenziare i poteri di partecipazione e di controllo all’interno del consiglio di amministrazione deve cedere dinanzi alla prioritaria «esigenza di garantirne la capacità di funzionamento al fine di evitare una paralisi dell’attività gestionale che può pregiudicare il conseguimento dell’oggetto sociale»»;

– F. Barachini, Art. 2388, in Della società, della concorrenza, dell’azienda, a cura di D.U. Santosuosso, in Commentario del Codice Civile, diretto daE. Gabrielli, Torino, 2015, 248,il quale precisa: «Lo statuto sociale può [..] derogare in ambedue le direzioni tanto in maius quanto in minus, il suddetto quorum deliberativo. Con riguardo a quest’ultimo, in particolare, lo statuto potrebbe richiedere, in luogo della maggioranza assoluta, la maggioranza semplice dei presenti, così da neutralizzare la portata ostativa di eventuali astensioni o schede nulle o ancora – secondo un orientamento ormai pacifico – assegnare per l’ipotesi di parità di voti, carattere prevalente del voto del presidente. Devono ritenersi per contro precluse forme di personalizzazione della gestione alternative al principio di maggioranza e consistenti, in ipotesi, nell’attribuzione a singoli amministratori di un potere di veto o di un voto plurimo in ordine a determinate decisioni, o del diritto “particolare” di imporre determinati indirizzi di gestione al collegio o di impartire istruzioni al rappresentante. Controversa è la legittimità di quorum costitutivi integrali e deliberativi unanimi. Sembra tuttavia preferibile la soluzione più liberale, atteso che il pericolo di disfunzioni deliberative che dai suddetti quorum deriva pare adeguatamente neutralizzato dalla disciplina imperativa della revoca degli amministratori: potendo l’assemblea dei soci rimuovere in ogni tempo l’amministratore che con la propria assenza pregiudichi la regolare costituzione dell’organo o che con il proprio voto contrario ostacoli l’adozione del deliberato»;

– V. Salafia, Deliberazioni a maggioranza e all’unanimità del c.d.a., in Le Società, 2016, 666, il quale precisa «che la deliberazione consiliare all’unanimità ha buon fondamento nella lettera della legge e può corrispondere ad una legittima scelta dei soci a maggior tutela della loro partecipazione sociale» ed evidenzia come «le considerazioni sopra svolte possono estendersi anche alla società a responsabilità limitata, la cui disciplina legislativa, pur prevedendo l’amministrazione della società da parte di un collegio composto normalmente soltanto da soci, non ne regola il funzionamento e le condizioni di validità delle deliberazioni. Donde legittima è l’estensione analogica delle regole contenute nell’art. 2388 c.c., riguardante la società per azioni all’analoga organizzazione della società a s.r.l.»;

– G. Strampelli, Art. 2388, in La società per azioni. Codice civile e norme complementari, diretto da P. Abbadessa, G. B. Portale, Milano, 2016, 1295 ss.,a parere del quale«merita condivisione, anche alla luce del tenore letterale dell’articolo 2388, co. 2, c.c. la tesi prevalente secondo cui l’autonomia statutaria non incontra limiti in merito alla previsione del quorum deliberativo unanime, ferma l’opportunità sul piano applicativo di circoscrivere la portata di tale clausola a un predeterminato ambito di materie, […] escludendo preferibilmente, materie vitali per l’esistenza della società, come, ad esempio, l’approvazione del progetto di bilancio.[…] In primo luogo non può ritenersi precluso dall’ordinamento rafforzare «l’effettivo esercizio del potere amministrativo in capo ad ogni amministratore» sino ad attribuirgli il potere di veto per il compimento di un atto di amministrazione, a condizione che tale potere sia esercitato dopo un confronto dialettico con gli altri componenti dell’organo amministrativo, sulla base del decisivo argomento secondo cui l’interesse alla rapidità dell’azione gestoria – la quale potrebbe essere inficiata dal quorum deliberativo unanime – resta nella disponibilità dei soci. […] Sostanzialmente pacifica è, infine l’ammissibilità della clausola statutaria che, in caso di parità di voti, faccia prevalere il voto del presidente (c.d. casting vote): questa variazione in diminuzione del quorum deliberativo e la conseguente deroga al principio maggioritario che essa comporta rispondono, infatti, all’esigenza di un’efficienza decisionale del consiglio di amministrazione e valorizza perciò ordini di interessi senz’altro rilevanti e promossi dall’ordinamento. […]Meritano però di essere condivisi gli argomenti di opposto tenore secondo i quali l’adozione del metodo collegiale non  preclude l’assunzione di una decisione del collegio che coincida con la volontà di uno soltanto dei suoi componenti; neppure in tal caso la votazione è inutile, in quanto essa è superflua ai fini della formazione della volontà consiliare, ma non per gli altri effetti che la legge alla votazione ricollega, quali la legittimazione all’impugnazione delle deliberazioni consiliari e l’esonero della responsabilità solidale per gli amministratori, che presuppongono il dissenso dell’amministratore e la sua formalizzazione in conformità all’art. 2392, co.3, c.c. […] Anche alla luce del segnalato pericolo che, in determinate situazioni, il riconoscimento del casting vote al presidente scelto tra gli amministratori di minoranza possa condurre al sovvertimento del principio maggioritario, è da dubitare della possibilità di far prevalere, in caso di parità, il voto di un amministratore diverso dal presidente ed individuato secondo altri criteri, quale ad esempio, la particolare competenza del consigliere in merito alla materia oggetto di deliberazione. Una simile clausola avrebbe, infatti, l’effetto di alterare in modo eccessivo i poteri della componente della compagine sociale del quale l’amministratore titolare del casting vote è espressione. I medesimi ordini di ragione rendono dubbia la possibilità di trasporre nell’ordinamento nazionale la possibilità, ammessa in Germania da parte della dottrina, di attribuire al presidente del consiglio di amministrazione (ovvero a un altro amministratore o a una minoranza) il diritto di veto sulle decisioni in materia gestionale»;

– V. Calandra Buonaura, L’amministrazione della società per azioni nel sistema tradizionale, Torino, 2019, 168,il quale, se da un lato si dichiara contrario all’elevazione del quorum costitutivo sino alla richiesta di presenza di tutti i componenti in carica (in quanto basterebbe un’assenza ancorché giustificata per impedire la seduta), aderisce invece all’orientamento favorevole all’ammissibilità di un quorum deliberativo unanime generalizzato, pur nella consapevolezza che «non vi è piena condivisione in merito alla possibilità di estendere la regola dell’unanimità a tutte le delibere consiliari”.

Per la disciplina della s.r.l., si vedano, dopo la riforma del 2003:

– G. Zanarone, Della società a responsabilità limitata, in Il Codice Civile. Commentario, fondato da P. Schlesinger, diretto da F.D. Busnelli, II, Milano, 2010, 972,il quale  «sostiene la perfetta ammissibilità nella s.r.l. di una clausola che imponga l’unanimità dei consensi per le delibere consiliari, in quanto le preoccupazioni di immobilismo che stanno alla base della tesi negativa da taluno espressa in materia di s.p.a. sono da ritenersi estranee ad un tipo societario come la s.r.l. dove l’atto costitutivo è espressamente autorizzato […] a prevedere in alternativa il modello dell’amministrazione congiunta operante all’unanimità ai sensi dell’art. 2258, comma 1, c.c.»;

– A. Mirone, Il consiglio di amministrazione: disciplina legale e autonomia statutaria. I sistemi alternativi, in S.r.l. – Commentario Portale, a cura di A.A. Dolmetta, G.M.G. Presti, Milano, 2011, 548,il quale sottolinea come«lo statuto possa introdurre il voto prevalente del presidente (casting vote) in caso di stallo deliberativo, e non, invece, la previsione di voto plurimo, anche se tale ultima previsione, così come quella che attribuisse ad alcuni consiglieri un diritto di veto su talune decisioni, potrebbe risultare legittima come diritto speciale del socio-amministratore ex art.2468, co.3, c.c.» ed anche che «si ritengono generalmente valide le clausole che aumentino i quorum costitutivi e deliberativi, anche adottando clausole di vera e propria unanimità»;

–  N. Abriani, Art. 2475, in Delle società, dell’azienda, della concorrenza, a cura di D.U. Santosuosso, in Commentario del Codice Civile, diretto da E. Gabrielli, Torino, 2015, 565 ss., il quale afferma che  «per  quanto concerne i quorum, è convincimento diffuso che l’autonomia statutaria possa esplicarsi con maggiore ampiezza nelle S.r.l. di quanto non sia possibile nelle S.p.A., in considerazione del fatto che la legge, consentendo nel primo tipo sociale l’amministrazione disgiuntiva, rende disponibili le istanze di ponderazione e coerenza della gestione e che, consentendo l’amministrazione congiuntiva all’unanimità, tollera l’emarginazione dell’esigenza di efficienza e snellezza della gestione. [..]L’atto costitutivo può inoltre definire liberamente i quozienti deliberativi»;

– G. Mosco, in Le società a responsabilità limitata, II, a cura di C. Ibba e G. Marasà, Milano, 2020, 1671 ss., il quale sul tema fa presente che «con riguardo alla S.r.l. occorre domandarsi se entrambi i quorum sono indispensabili e, in caso positivo, tanto se l’atto costitutivo è pienamente libero di determinarli, quanto a quali soglie si deve far riferimento in mancanza di indicazioni pattizie. […] Può essere prevista l’unanimità in luogo della maggioranza, vuoi con riguardo ad atti ed operazioni particolari, vuoi in via generale. In questo ultimo caso la legittimità della previsione, comunque sicura in punto di collegialità, va però valutata anche alla luce del confronto tra libertà contrattuale ed efficienza gestionale. Quest’ultima può essere frenata dall’unanimità e non è meno significativa che nella s.p.a., ma la prima ha ancora maggiore rilievo. Il che induce a far prevalere l’autonomia della S.r.l., anche considerata la possibilità in questo tipo di societario di un’amministrazione congiuntiva, che di regola richiede il consenso di tutti i soci». [Nota bibliografica a cura di Alberto Piantelli e  Enrico Doria]