Massima n. 183 – 17 settembre 2019 Limiti dei poteri di gestione dei soci non amministratori nelle s.r.l. (art. 2475, comma 1, c.c.)

L'art. 2475, comma 1, c.c., là dove dispone che la "gestione dell'impresa [...] spetta esclusivamente agli amministratori, i quali compiono le operazioni necessarie per l'attuazione dell'oggetto sociale", non consente allo statuto di attribuire a soci non amministratori il potere di dare diretta esecuzione a decisioni afferenti la gestione della società.
Conseguentemente, mentre devono ritenersi legittime le clausole statutarie che attribuiscano a soci non amministratori, come diritto collettivo ai sensi dell'articolo 2479 c.c. o come diritto particolare ai sensi dell'articolo 2468, comma 3, c.c., poteri decisionali inerenti la gestione dell'impresa, devono considerarsi invece incompatibili con il disposto di legge le clausole statutarie che attribuiscano a soci non amministratori il diritto o il potere di dare diretta esecuzione alle decisioni gestionali assunte dagli aventi diritto.

 

MASSIMA

 

L'art. 2475, comma 1, c.c., là dove dispone che la "gestione dell'impresa [...] spetta esclusivamente agli amministratori, i quali compiono le operazioni necessarie per l'attuazione dell'oggetto sociale", non consente allo statuto di attribuire a soci non amministratori il potere di dare diretta esecuzione a decisioni afferenti la gestione della società.


Conseguentemente, mentre devono ritenersi legittime le clausole statutarie che attribuiscano a soci non amministratori, come diritto collettivo ai sensi dell'articolo 2479 c.c. o come diritto particolare ai sensi dell'articolo 2468, comma 3, c.c., poteri decisionali inerenti la gestione dell'impresa, devono considerarsi invece incompatibili con il disposto di legge le clausole statutarie che attribuiscano a soci non amministratori il diritto o il potere di dare diretta esecuzione alle decisioni gestionali assunte dagli aventi diritto.

 

Motivazione

1. - Il d.lgs. 14/2019, nell'introdurre il Codice della crisi e dell'insolvenza, ha modificato alcune disposizioni del codice civile, tra le quali, per quanto qui interessa, quelle contenute negli artt. 2086 e 2475 c.c. L'art. 2086 c.c., ora rubricato "Gestione dell'impresa" introduce, nel nuovo secondo comma, il dovere per l'imprenditore che operi in forma societaria o collettiva, "di istituire un assetto adeguato alla natura e alle dimensioni dell'impresa, anche in funzione della rilevazione tempestiva della crisi dell'impresa e della perdita di continuità aziendale, nonché di attivarsi senza indugio per l'adozione e l'attuazione di uno degli strumenti previsti dall'ordinamento per il superamento della crisi e il recupero della continuità aziendale". La modifica dell'art. 2475 c.c., che la relazione ministeriale considera conseguenza della nuova formulazione dell'art. 2086 c.c., consiste nella precisazione secondo cui nelle società a responsabilità limitata (così come peraltro in tutte le altre società, sia di persone sia di capitali) la gestione "si svolge nel rispetto della disposizione di cui all'art. 2086, secondo comma, e spetta esclusivamente agli amministratori, i quali compiono le operazioni necessarie per l'attuazione dell'oggetto sociale". Le nuove disposizioni, complessivamente, intendono rafforzare quei principi di corretta gestione imprenditoriale che da tempo la dottrina, la giurisprudenza e lo stesso legislatore, in diverse sedi, hanno contribuito a identificare, e ciò soprattutto con il dichiarato scopo di responsabilizzare gli amministratori delle società a prevenire con quanto più anticipo possibile i rischi di insolvenza che la società può essere chiamata ad affrontare. La pressoché unanime dottrina ha peraltro osservato come il tenore delle modifiche apportate crea, per le società a responsabilità limitata, alcune difficoltà sistematiche e operative, che la massima intende affrontare.

Il profilo più problematico riguarda la modifica dell'art. 2475 c.c., nella parte in cui assegna la gestione dell'impresa "esclusivamente agli amministratori". L'espressione utilizzata, che come si accennava è stata estesa anche alle società di persone, non è nuova nell'ordinamento, dal momento che essa ricalca pressoché letteralmente quella prevista per le società per azioni (art. 2380-bis.c.c.) già dalla riforma del 2003. Senonché, mentre l'assegnazione esclusiva agli amministratori delle società azionarie delle funzioni gestorie rispondeva e risponde ad una scelta del tutto coerente con il complessivo sistema di amministrazione e controllo di quel tipo sociale, non altrettanto può dirsi con riferimento alle società a responsabilità limitata. Nelle società per azioni, infatti, il sistema espressamente limita il coinvolgimento dei soci nella gestione degli affari sociali alla sola possibilità che l'assemblea, previa apposita disposizione statutaria, deliberi su eventuali autorizzazioni al compimento di specifici atti degli amministratori (art. 2364, comma 1, numero 5, c.c.), e più in generale è connotato da un significativo rafforzamento delle prerogative degli amministratori. Nelle società a responsabilità limitata, invece, la definizione degli assetti e delle competenze gestionali è sostanzialmente rimessa alla libertà statutaria o alla volontà volta a volta espressa dagli organi sociali. Come noto, l'art. 2479 c.c. consente allo statuto di stabilire liberamente le competenze, anche gestionali, dei soci, libertà che trova come unico limite codicistico la necessità che siano assunte dall'organo amministrativo le decisioni in merito alla redazione del progetto di bilancio e di eventuali progetti di fusione o scissione (oltre che le decisioni inerenti aumenti di capitale delegati, appunto, all'organo amministrativo). Il medesimo art. 2479 c.c. consente inoltre l'avocazione alla competenza dei soci di qualsiasi altra decisione, a condizione che ciò sia richiesto da almeno un terzo del capitale sociale o da uno o più amministratori.

Nel sistema delle società a responsabilità limitata, come ben noto, è dunque del tutto assente un principio di netta separazione dei poteri di soci, da un lato, e di amministratori, dall'altro lato. O più precisamente, se permane un insieme di competenze che spettano solo e necessariamente ai soci (art. 2479, comma 2, c.c.), non è vero il contrario, perché la quasi totalità delle competenze gestorie degli amministratori può essere, o in via permanente per il tramite di una regola statutaria, o in via occasionale per il tramite dell'esercizio del potere di avocazione poc'anzi ricordato, assegnata ai soci. L'affermazione della "spettanza esclusiva" della gestione agli amministratori introdotta nell'art. 2475 c.c., pertanto, confligge con le caratteristiche codicistiche strutturali delle s.r.l.

Il conflitto si aggrava guardando ad altre disposizioni. L'art. 2475, comma 3, c.c. stabilisce che ove il sistema adottato sia quello della amministrazione disgiuntiva trova applicazione la disciplina dell'art. 2257, commi 2 e 3, c.c., i quali attribuiscono ai soci il potere di assumere le decisioni gestionali rispetto alle quali un amministratore abbia posto il proprio veto. Ancor più rilevante è poi la disciplina dell'art. 2468, comma 3, c.c., che consente allo statuto sociale di attribuire a singoli soci (tra l'altro) particolari diritti concernenti l'amministrazione, così legittimando il riconoscimento di specifici poteri gestionali non solo alla collettività dei soci ma anche, appunto, ad uno o ad alcuni di essi. Ed ancora, l'art. 2476, comma 8, c.c. stabilisce la responsabilità (in solido con gli amministratori) dei soci che abbiano "intenzionalmente deciso o autorizzato il compimento di atti dannosi per la società, i soci o i terzi". A differenza di quanto accade nel sistema delle società azionarie, insomma, il sistema di amministrazione delle s.r.l. è strutturalmente concepito come un sistema a due voci, quella degli amministratori da un lato e quella dei soci dall'altro lato, la cui armonizzazione spetta soprattutto allo statuto sociale, in ossequio a quei principi di libertà negoziale che innervano l'intero impianto codicistico del tipo sociale qui in discussione.

L'interprete, pertanto, è costretto ad un'analisi critica della nuova formulazione dell'art. 2475 c.c. che cerchi di comporre nel modo più razionale possibile l'aporia introdotta nel sistema.

2. - Una prima opzione interpretativa teoricamente disponibile potrebbe essere quella di rileggere in senso restrittivo tutte le norme che riconoscono (o consentono) competenze gestorie in capo ai soci, allo scopo sostanzialmente di limitare tali competenze entro i medesimi confini tracciati per le società per azioni dagli artt. 2364 e 2380-bis c.c. Si tratterebbe, cioè, di reinterpretare le disposizioni sopra sommariamente richiamate nel senso di consentire ai soci interventi soltanto "autorizzativi", con esclusione invece di ogni prerogativa decisionale. Così ragionando, si dovrebbe affermare, ad esempio, che lo statuto potrebbe ai sensi dell'art. 2479 c.c. solamente identificare materie nelle quali i soci potrebbero "autorizzare" gli amministratori ad assumere una certa decisione; analogamente, i diritti particolari concernenti l'amministrazione ex art. 2468, comma 3, c.c. potrebbero solamente consistere nell'attribuzione a questo o quel socio del potere, si ripete, di autorizzazione al compimento di una certa operazione, e così via.

Per quanto questa opzione interpretativa possa giovarsi del modello costituito dalle società azionarie, essa non sembra meritevole di condivisione. La lettera delle disposizioni che si stanno esaminando è infatti chiarissima nel riconoscere ai soci possibili prerogative decisionali, e non solo autorizzative. La norma dalla quale ciò emerge con maggiore nitidezza è probabilmente l'art. 2476 c.c., che, come già ricordato, stabilisce la responsabilità dei soci per aver "intenzionalmente deciso il compimento di atti dannosi": è del tutto evidente la distanza incolmabile con la disciplina dell'art. 2364 c.c. che, nel limitare il possibile coinvolgimento dei soci in profili gestionali delle società per azioni, espressamente chiarisce che la responsabilità per gli atti compiuti rimane, anche in caso di autorizzazione assembleare, solo ed esclusivamente degli amministratori.

Una rilettura dell'intero sistema delle società a responsabilità limitata che degradasse a mere competenze autorizzative il possibile intervento dei soci nell'amministrazione della società si risolverebbe, in definitiva, in una vera e propria abrogazione implicita di tutte le disposizioni incompatibili con il (supposto) principio della esclusiva spettanza della gestione agli amministratori. Ma è questo un effetto che non può essere tollerato, sia per la sua manifesta infondatezza, sia e soprattutto perché in questo modo la disciplina introdotta dal d.lgs. 14/2019 sarebbe viziata da un palese eccesso di delega rispetto ai contenuti della legge delega (l. 155/2017). L'art. 14 della legge delega, infatti, richiedeva semplicemente di introdurre nel sistema il dovere dell'imprenditore e degli organi sociali di "istituire assetti organizzativi adeguati per la rilevazione tempestiva della crisi": la cancellazione di qualsiasi possibile competenza gestionale dei soci andrebbe ben al di là di una tale indicazione, circostanza che una volta di più impone una interpretazione del nuovo dato normativo maggiormente conservativa.

3. - Una parte della dottrina, cogliendo l'esigenza appena segnalata, propone una lettura della nuova formulazione dell'art. 2475 c.c. strettamente collegata alla riformulazione dell'art. 2086 c.c., così provando a ridurne la portata. La tesi, più precisamente, valorizza il richiamo operato dall'art. 2475 c.c. al medesimo art. 2086 c.c., e considera la nuova statuizione relativa alla esclusività della gestione in capo agli amministratori come "servente" rispetto alla imposizione dei doveri introdotti nell'art. 2086 c.c., ed in particolare soprattutto del dovere di istituire adeguati assetti organizzativi. La modifica dell'art. 2475 c.c., pertanto, avrebbe la primaria funzione di assegnare, in via appunto esclusiva, agli amministratori il compito di mettere a punto quello che è stato chiamato il "protocollo organizzativo della impresa", nella convinzione, senz'altro ben ancorata nel complessivo sistema del Codice della crisi e dell'insolvenza, che proprio la corretta definizione degli assetti organizzativi sia il miglior antidoto per prevenire, o per efficacemente gestire, situazioni di crisi.

Ecco dunque che, secondo questa impostazione, l'apparente perentorietà dell'affermazione contenuta nell'art. 2475 c.c. sarebbe destinata a ridimensionarsi. La "gestione" di cui la norma parla sarebbe infatti da intendersi come mera gestione "organizzativa", farebbe cioè riferimento solamente a quella parte della gestione dell'impresa che consiste nell'approntare un adeguato assetto organizzativo. La gestione "operativa", e cioè la definizione e l'assunzione delle vere e proprie decisioni "di business", per così dire, rimarrebbero invece estranee al precetto di esclusività dell'art. 2475 c.c. e continuerebbero dunque ad essere di competenza vuoi degli amministratori vuoi dei soci a seconda degli specifici assetti statutari o a seconda delle richieste di avocazione volta a volta formulate dai soci o dagli amministratori. Il complessivo sistema dell'amministrazione delle società a responsabilità limitata rimarrebbe così in larga misura salvo, perché la novella legislativa si limiterebbe, in definitiva, ad aggiungere una ulteriore materia (la definizione degli assetti organizzativi) a quelle che già prima l'articolo 2475, ultimo comma, c.c., considerava non avocabili alla competenza dei soci (redazione del progetto di bilancio, di progetti di fusione o scissione, decisioni di aumenti di capitale delegati).

Il nuovo articolo 2475, detto ancora altrimenti, non avrebbe effetto abrogativo delle norme esistenti, ma introdurrebbe una nuova eccezione al principio della libera ripartizione delle competenze gestorie tra amministratori e soci, stabilendo la esclusiva competenza (e responsabilità) dei primi per quanto concerne la istituzione di un assetto organizzativo, amministrativo e contabile adeguato alla natura e alle dimensioni dell'impresa.

4. - La tesi appena riepilogata ha senz'altro il pregio di offrire una via d'uscita rispetto ad una lettura, non accettabile, del nuovo art. 2475 che finisca per abrogare implicitamente tutte le disposizioni che attribuiscono, o consentono di attribuire, competenze gestorie ai soci. Un siffatto approccio "abrogativo", si ripete, non può in alcun modo essere avallato, considerata la sua incompatibilità con gli essenziali tratti tipologici delle società a responsabilità limitata, e considerato anche che, altrimenti, il decreto legislativo che ha modificato la disposizione codicistica in questione finirebbe per essere viziato da un evidente eccesso di delega.

Tuttavia, ciò che suscita perplessità, in questa tesi, è che essa introduce una distinzione all'interno del concetto di gestione che non sembra fondata su alcun dato normativo né su alcuna considerazione sistematica. La "gestione" della società, intesa come svolgimento dell'attività di impresa organizzata in forma societaria, comprende infatti pacificamente tanto i profili organizzativi quanto i profili più propriamente operativi, ed ipotizzare una cesura tra questi due aspetti della gestione appare una forzatura sia dal punto di vista letterale sia dal punto di vista logico. E' vero che il nuovo articolo 2475 c.c. contiene il richiamo all'art. 2086 c.c. e dunque ai doveri di istituire adeguati assetti organizzativi: ma la nuova formulazione dell'art. 2086 c.c. semplicemente implica (o chiarisce) che la gestione, complessivamente intesa e dunque comprensiva di tutti i profili coinvolti nello svolgimento dell'attività di impresa, deve anche darsi carico, appunto, di istituire una adeguata organizzazione interna. Non vi è alcun elemento letterale che consente di riscrivere la nozione di "gestione" nel senso di comprendevi solamente i profili organizzativi e non quelli operativi.

D'altra parte, in realtà imprenditoriali caratterizzate da una certa complessità, la definizione degli assetti organizzativi rappresenta un momento essenziale della "gestione", e dunque una lettura che assegnasse questo profilo in via esclusiva agli amministratori creerebbe, alla fine, un effetto ingiustificatamente destabilizzante rispetto al vigente sistema, nonostante sia proprio la volontà di evitare tali macroscopici effetti il punto di partenza della tesi che qui si sta criticando. Si può anzi osservare che nella definizione delle reciproche competenze gestorie tra soci, da un lato, e amministratori, dall'altro, i soci, in determinate circostanze, ben potrebbero essere interessati a riservarsi la decisione su aspetti organizzativi (si pensi al caso di società con le quali si conferisce forma societaria ad un joint venture tra due imprese) più che su singole decisioni "di business".

Ed ancora, la tesi qui criticata si espone a significativi inconvenienti pratici, poiché può risultare quanto mai complesso classificare una certa attività come organizzativa od operativa: la decisione di assumere nuovo personale per avviare un nuovo segmento di attività ha certo una dimensione organizzativa, ma non può certo negarsi che si tratti di una vera e propria operazione "di business".

La lettura che limiti la nozione di "gestione" dell'art. 2475 c.c. alla sola gestione organizzativa, insomma, non appare in grado di scongiurare quei rischi sistemici che invece si propone di contenere, né appare facilmente applicabile da un punto di vista pratico.

5. - L'opinione espressa nella massima, anziché coltivare una inedita distinzione tra gestione organizzativa e gestione operativa, preferisce fare riferimento alla distinzione, invero ben nota nelle tassonomie correnti così come nella prassi, tra profili decisionali e profili più propriamente esecutivi. Lo svolgimento di qualsiasi fase dell'attività di impresa, infatti, si compone di un momento decisionale, in cui l'azione imprenditoriale viene appunto decisa, e di un momento esecutivo, in cui essa viene posta in essere. Ciò accade, come si è appena ricordato, per qualunque fase dell'attività imprenditoriale, sia essa di natura spiccatamente organizzativa (si pensi ad esempio alla definizione dei riporti dell'amministratore delegato, alla istituzione di comitati manageriali, alla calendarizzazione di riunioni di raccordo tra diverse funzioni aziendali, e così via), sia essa di natura più operazionale (la conclusione di un certo contratto, la vendita di determinati beni aziendali, e così via). Tutto è "gestione" in senso lato: ma non v'è dubbio che vi sia una chiara, e del tutto pacifica, distinzione tra il momento decisionale e quello esecutivo, distinzione, d'altra parte, da sempre ben studiata anche nella prospettiva notarile con riguardo alle notissime tematiche della rappresentanza degli organi sociali.

Ebbene, sulla base di questa distinzione, la massima suggerisce di riferire il termine "gestione" utilizzato nell'art. 2475 c.c. solamente al profilo esecutivo della stessa. Il che porta ad una lettura della disposizione che da un lato rispetta ogni prerogativa decisionale attribuita o attribuibile in via diretta ai soci, e che dall'altro però richiede che l'aspetto esecutivo di tali decisioni rimanga assegnato in via esclusiva agli amministratori. Il significato del nuovo art. 2475 c.c., pertanto, è quello di porre un limite alla estensione dei poteri decisionali dei soci rappresentato dalla impossibilità di attribuire loro il potere non solo di assumere decisioni gestorie, ma anche di eseguirle.

La logica che verosimilmente ispira un tale precetto (che peraltro era forse già contenuto nel sistema, come subito si osserverà) è la necessità di richiedere una qualche forma di coinvolgimento degli amministratori nella gestione dell'impresa a prescindere dal fatto che spettino ai soci più o meno estese competenze decisionali. L'idea, cioè, è quella di confermare comunque la sussistenza di un dovere di gestione in capo agli amministratori, dovere che deve quanto meno declinarsi nella loro esclusiva competenza ad eseguire le decisioni assunte da loro stessi o dai soci. La sussistenza di questo inderogabile contenuto minimo del dovere di gestione è a sua volta funzionale a dotare la società di un filtro ultimo di convenienza e legittimità, perché nell'esercizio della loro esclusiva competenza esecutiva gli amministratori dovranno rifiutarsi di dare attuazione a quelle operazioni che siano ritenute non coerenti con l'interesse sociale o addirittura non legittime.

Si noti come l'affermazione di un irrinunciabile "filtro ultimo" da parte degli amministratori appare particolarmente significativa non solo e non tanto rispetto a quelle attività che hanno una rilevanza esterna (dal momento che in questi casi l'attuazione dev'essere comunque demandata a chi ha la rappresentanza della società, e cioè, in definitiva, agli amministratori stessi), quanto piuttosto rispetto a quelle attività che si esauriscono all'interno della società. Anch'esse, infatti, richiedono un momento esecutivo ed attuativo, e dunque anch'esse, quantunque decise, in ipotesi, dai soci, non possono in virtù di quanto disposto dall'art. 2475 c.c. sottrarsi al filtro degli amministratori. Anche la tesi sostenuta nella massima, dunque, riconosce, in coerenza con le finalità generali della novella legislativa, l'impatto della modifica introdotta con riferimento a questioni afferenti l'organizzazione interna dell'azienda: ma non nel senso di stabilire che esse non possano essere decise dai soci, ma nel senso di affermare che la loro esecuzione debba essere riservata, al pari di qualsiasi altra attività gestionale, agli amministratori. E ciò vale sia nei casi in cui l'esecuzione consista in un'attività priva di ulteriori scelte discrezionali, sia nei casi in cui l'esecuzione stessa possa comportare anche ulteriori "decisioni". In tal caso, evidentemente, queste ultime rimarranno attratte nell'area di "esclusiva" degli amministratori, unici soggetti legittimati a "compiere" le operazioni e gli atti di gestione.

6. - La ricostruzione suggerita nella massima è coerente con il sistema di responsabilità delineato dall'art. 2476 c.c. Dispone l'attuale ottavo comma che i soci che abbiano "deciso o autorizzato il compimento di atti dannosi per la società, i soci o i terzi" sono solidalmente responsabili con gli amministratori". La norma è già stata richiamata a testimonianza delle competenze gestionali che, nel sistema delle società a responsabilità limitata, possono essere riconosciute ai soci. Ma la norma esprime anche un ulteriore principio, che è quello della persistente responsabilità solidale degli amministratori anche nei casi, appunto, in cui una certa decisione sia stata assunta dai soci. La persistente responsabilità degli amministratori deve però agganciarsi ad un comportamento quanto meno omissivo a loro riconducibile. E' muovendo da questa constatazione che la dottrina, già prima della recente novella, aveva osservato proprio quello che la massima afferma, e cioè che tratto tipologico essenziale delle s.r.l. è che gli amministratori conservino competenza esclusiva ad eseguire le operazioni sociali. Per il che, conseguentemente, essi potranno essere chiamati a rispondere.

Si aggiunga, sul punto, che queste osservazioni erano state formulate soprattutto con riferimento ad una ben precisa questione, e cioè quella della possibilità nelle società a responsabilità limitata di rinunciare alla stessa istituzione di un organo amministrativo. La dottrina registrava sul punto una serie di autorevoli voci permissive. La constatazione della necessaria permanenza di una responsabilità solidale degli amministratori conduceva altra parte della dottrina verso posizioni più restrittive: la nuova formulazione dell'art. 2475 c.c. sembra definitivamente confortare queste seconde tesi.

7. - Il secondo comma della massima traccia le conseguenze della proposta interpretativa che si è formulata. Si precisa così che devono essere considerate tuttora legittime le clausole statutarie che attribuiscano a soci non amministratori, come diritto collettivo ai sensi dell'articolo 2479 c.c. o come diritto particolare ai sensi dell'articolo 2468, comma 3, c.c., poteri inerenti la gestione dell'impresa, e ciò sia che si tratti di poteri di natura meramente autorizzativa, sia che si tratti di poteri decisionali veri e propri. Tali clausole, infatti, continuano a collocarsi con piena coerenza in un sistema che, come si è ripetutamente osservato, prevede ampi spazi per il coinvolgimento dei soci nella gestione sociale. Tali clausole non fanno tuttavia venire meno, a prescindere dal fatto che esse contengano o meno una esplicita riserva in tal senso, la esclusiva competenza degli amministratori a provvedere agli aspetti esecutivi delle decisioni stesse. Devono considerarsi invece incompatibili, per tutto quanto sopra osservato, le clausole statutarie che attribuiscano a soci non amministratori il diritto o il potere di dare diretta esecuzione alle decisioni gestionali assunte dagli aventi diritto.

Nota bibliografica

Il problema del coordinamento tra il novellato art. 2475, comma 1, c.c. (ad opera del Codice della crisi) e le disposizioni che prevedono competenze gestorie in capo ai soci (con particolare riguardo agli artt. 2479, comma 1, e 2468, comma 3, c.c., nella parte in cui prevede la possibilità di attribuire diritti particolari ai soci in tema di amministrazione della società o di compimento di atti di gestione) è stato oggetto di diverse letture da parte della recente dottrina.

Secondo una prima ricostruzione la nuova formulazione potrebbe finire per avere portata abrogativa delle competenze riconosciute ai soci e attribuibili mediante diritti particolari ai sensi dell'art. 2468, comma 3, c.c. Escludono una simile lettura in quanto rischia di sollevare un profilo di illegittimità costituzionale per eccesso di delega: L. Stanghellini, Il codice della crisi di impresa: una primissima lettura (con qualche critica), in Corriere giuridico, 2019, 449 e ss. ed ivi 450; nonché N. Abriani - A. Rossi, Nuova disciplina della crisi d'impresa e modificazioni del codice civile: prime letture, in Soc., 2019, 393 e ss. ed ivi 400. Auspica un intervento correttivo del legislatore R. Guidotti, La Governance delle società nel codice della crisi d'impresa, in Crisi d'impresa e Insolvenza, 9 marzo 2019; così anche N. Riccardelli, Il sistema di amministrazione nelle s.r.l. dopo il codice della crisi e dell'insolvenza, in Il Nuovo Diritto delle Società, 2019. 989 e ss. ed ivi 1000 e s.

Una diversa impostazione, invece, propone la distinzione tra il profilo relativo all'organizzazione e gli aspetti concernenti la gestione operativa al fine di coordinare il nuovo dato normativo con le disposizioni previgenti. In tal senso si v. N. Atlante, M- Maltoni, A. Ruotolo, Il nuovo art. 2475 c.c. Prima lettura. Studio CNN n. 58-2019/I. Secondo tale lettura la competenza degli amministratori è esclusiva con riguardo agli aspetti organizzativi; diversamente, in materia di gestione operativa i soci possono assumere decisioni negli stessi termini e con gli stessi limiti desunti in via interpretativa dalla formulazione previgente dell'art. 2475 c.c. In tal senso si v. altresì: L. Stanghellini, Il codice della crisi di impresa: una primissima lettura (con qualche critica), in Corriere giuridico, 2019, 449 e ss. ed ivi 450, il quale propone a tal fine un'interpretazione in senso "riduttivo". Secondo l'Autore il legislatore, "pur prevedendo che la "gestione" delle società di persone o della S.r.l. spetta esclusivamente agli amministratori, ha in realtà voluto (solo) responsabilizzarli rispetto alla predisposizione di adeguati assetti organizzativi e alla pronta reazione ai segnali di crisi"; N. Abriani - A. Rossi, Nuova disciplina della crisi d'impresa e modificazioni del codice civile: prime letture, in Soc., 2019, 393 e ss. ed ivi 400, secondo i quali "una lettura coordinata delle nuove disposizioni e della legge delega sembra indirizzare verso un'interpretazione volta a riferire la "esclusiva" competenza degli amministratori, in tutti i tipi societari, soltanto ai doveri introdotti dal richiamato nuovo secondo comma dell'art. 2086 c.c. riguardanti l'adeguatezza degli assetti"; P. Benazzo, Il Codice della crisi di impresa e l'organizzazione dell'imprenditore ai fini dell'allerta: diritto societario della crisi o crisi del diritto societario?, in Riv. soc., 2019, 274 e ss. ed ivi 303 e s. secondo cui la gestione dell'impresa riservata ora in via esclusiva agli amministratori può essere fatta coincidere con la "sola" predisposizione di idonei assetti organizzativi; nonché N. Riccardelli, Il sistema di amministrazione nelle s.r.l. dopo il codice della crisi e dell'insolvenza, in Il Nuovo Diritto delle Società, 2019, 1002 e ss., secondo il quale tale interpretazione si lascia preferire.

Propendono per una simile soluzione interpretativa anche: O. Cagnasso, Diritto societario e mercati finanziari, in Il Nuovo Diritto delle Società , 2018, fascicolo 5; P. Montalenti, Gestione dell'impresa, assetti organizzativi e procedure di allerta nella riforma Rordorf, in Il Nuovo Diritto delle Società , 2018, fascicolo 6; G.A. Trimarchi, Codice della crisi: riflessioni sulle prime norme, in Not., 2019, 115 e ss.; D. Latella, Nuovi assetti organizzativi societari e Codice della crisi d'impresa, in Federnotizie 2019, reperibile su www.federnotizie.it/; V. Calandra Bonaura, Amministratori e gestione dell'impresa nel Codice della crisi, intervento nel corso del XXXIII Convegno di studio su Crisi d'impresa. Prevenzione e gestione dei rischi: nuovo Codice e nuova cultura (Courmayeur, 20 - 21 settembre 2019),

Condivide tale ricostruzione, pur apportando "qualche correzione" M.S. Spolidoro, Note critiche sulla "gestione dell'impresa" nel nuovo art. 2086 c.c. (con una postilla sul ruolo dei soci), in Riv. soc., 2019, 253 e ss. e, con particolare riferimento alle s.r.l., 271 e ss. L'Autore perviene alla medesima ricostruzione sopra prospettata ma ritiene che "la conciliazione delle norme apparentemente in contrasto non richiede affatto di distinguere organizzazione e operatività dell'impresa. Basta invece dire che l'organo amministrativo, in quanto responsabile necessario dell'organizzazione e titolare di una posizione di garanzia, non può scusarsi delle manchevolezze dell'organizzazione accampando una eventuale corresponsabilità di terzi e in particolare dei soci".

Propone un'interpretazione correttiva anche P. Montalenti, Il Codice della Crisi d'impresa e dell'insolvenza: assetti organizzativi adeguati, rilevazione della crisi, procedure di allerta nel quadro generale della riforma, relazione presentata al XXXIII Convegno di studio su Crisi d'impresa. Prevenzione e gestione dei rischi: nuovo Codice e nuova cultura (Courmayeur, 20 - 21 settembre 2019), il quale condivide l'interpretazione "ortopedica" secondo cui "la gestione

dell'impresa potrebbe forse essere intesa in senso circoscritto e specifico, come riferita all'organizzazione della gestione dell'impresa" e ritiene che "l'interpretazione correttiva debba essere ancora più precisa". In particolare l'Autore afferma che "la predisposizione di assetti organizzativi adeguati spetta esclusivamente agli amministratori".

Sempre secondo un'interpretazione riduzionista propongono una distinzione tra la nozione di "gestione" e quella di "amministrazione" concludendo nel senso che la sola gestione di cui all'art. 2086 c.c. è di competenza esclusiva degli amministratori anche D. Damascelli - F. Tassinari, Crisi di impresa, la riforma non stravolge la governance, in IlSole24ore, 2 marzo 2019, 18.

Secondo un'ulteriore impostazione la nuova disposizione non incide invece sulle ricostruzioni interpretative precedenti relative alla possibile attribuzione di competenze gestorie ai soci, ma estende i doveri di cui all'art. 2086 c.c. a coloro che concorrano alla formazione delle decisioni gestorie e, quindi, anche ai soci ove sia loro riconosciuta tale facoltà. In tal senso si v. A. Busani, La riforma della crisi d'impresa riscrive il ruolo dei soci della Srl, in IlSole24ore, 19 febbraio 2019 secondo il quale "da un lato, si potrebbe ritenere che restino in vigore tutte le norme, attualmente vigenti (e non abrogate o modificate dalla riforma) che consentono di attribuire poteri gestori ai soci di Srl; d'altro lato, il Codice della crisi d'impresa è da intendere (il principio è espresso nel nuovo articolo 2086 del Codice civile) che tutti coloro i quali concorrano a formare le decisioni gestorie della Srl abbiano il dovere di prestare la loro opera al fine di istituire un assetto organizzativo, amministrativo e contabile adeguato alla natura e alle dimensioni dell'impresa, anche in funzione della rilevazione tempestiva della crisi dell'impresa e della perdita della continuità aziendale, nonché di attivarsi senza indugio per l'adozione e l'attuazione di uno degli strumenti previsti dall'ordinamento per il superamento della crisi e il recupero della continuità aziendale".

Altra parte della dottrina propone un'ulteriore soluzione: le norme di cui agli artt. 2468, comma 3, c.c. e 2479, comma 1, c.c. configurerebbero un rapporto soci-amministratori analogo a quello desumibile dall'art. 2364, comma 1, n. 5, c.c. In adesione a tale soluzione, pertanto, il singolo socio o l'assemblea dei soci potrebbero solo dare pareri o autorizzazioni senza vincolare gli amministratori; in tal senso si v. V. Di Cataldo - S. Rossi, Nuove regole generali per l'impresa nel nuovo Codice della crisi e dell'insolvenza, in RDS, 2018, 745 e ss. ed ivi 758 e s. In tal senso si v. altresì: F. Magliulo, I poteri degli amministratori di società a responsabilità limitata a seguito del Codice della crisi d'impresa e dell'insolvenza, in Riv. not., 2019, 295 e ss. ed ivi 307 ove si legge che, nel nuovo sistema, l'espressione "i soci decidono sulle materie riservate alla loro competenza dall'atto costitutivo" deve essere interpretata nel senso che "la clausola statutaria in questione non devolva un determinato atto di amministrazione alla competenza decisoria dell'assemblea, ma preveda che un atto degli amministratori debba essere sottoposto all'autorizzazione di questa". Secondo tale impostazione l'Autore ritiene ammissibili particolari diritti consistenti nel diritto di autorizzare o porre il veto su taluni atti di amministrazione (312 e s.) e sostiene, invece, che non sia più possibile attribuire a titolo di diritto particolare il potere di decidere, e non semplicemente di autorizzare, taluni atti gestori.

Una diversa proposta interpretativa viene avanzata da G.A. Rescio, Brevi note sulla "gestione esclusiva dell'impresa" da parte degli amministratori di s.r.l.: distribuzione del potere decisionale e doveri gestori, contributo pubblicato sul portale online di Giuffrè Editore http://ilsocietario.it/ , il quale avanza una ricostruzione che non si basa su una distinzione delle "diverse sfere" del potere decisionale, bensì sul piano del "dovere di gestione". Secondo l'Autore, in particolare: "ne deriva che in questi casi - casi di potere decisionale in materia gestoria riservato ai soci - il dovere di gestione spettante in via esclusiva agli amministratori consiste nello stimolare le decisioni dei soci più appropriate, nel monitorarne gli esiti e l'impatto sull'organizzazione d'impresa e sulla gestione operativa, nel rifiutarne l'attuazione nelle ipotesi in cui attuare quelle decisioni sarebbe fonte o pericolo di danno per la società, i creditori, i singoli soci o i terzi . Nei casi di non adozione da parte dei soci di decisioni ritenute imprescindibili dagli amministratori ai fini di un assetto organizzativo adeguato e di una gestione dell'impresa coerente con i principi e gli obblighi derivanti da una gestione diligente e corretta, gli amministratori - dopo averne invano invocato l'assunzione - devono attivare tutti i mezzi che il sistema metta a loro disposizione per rimediare all'inerzia dei soci e, se del caso, abbandonare la carica".

Si segnala altresì la ricostruzione proposta da M. Ferrari, S.r.l.: la discutibile nullità dell'atto di cessione di azienda non previamente decisa dai soci (nota a Trib. di Roma, Sez. Impr., 3 agosto 2018), in Not., 2019, 440 e ss. ed ivi 444, il quale - utilizzando la stessa quale argomento a sostegno della discutibilità del principio affermato dalla sentenza (che statuisce la nullità dell'atto di cessione di azienda di una società a responsabilità non previamente decisa dai soci soci ex art. 2479, comma 2, n. 5, c.c.) - afferma che: "i soci, a mente del nuovo primo comma dell'art. 2475 c.c., non possono, oltre che decidere il compimento dell'atto gestorio, compierlo concretamente. Un appiglio testuale non privo di rilevanza è del resto rinvenibile nello stesso nuovo primo comma dell'art. 2475, secondo il quale gli amministratori compiono gli atti necessari all'attuazione dello scopo dell'impresa. Sembra quindi potersi affermare che là dove la legge rimette ai soci decisioni relative all'amministrazione opera una suddivisione delle competenze gestorie, fermo restando che il potere di spendere la denominazione della società nel compimento di attività giuridiche non può che essere dagli amministratori. Se così è, il difetto della preventiva decisione dei soci in merito al compimento di operazioni sostanzialmente modificative dell'oggetto sociale non può essere ricondotto ad un limite legale al potere di rappresentanza bensì deve essere qualificato come un limite al potere gestorio, la cui violazione potrebbe esclusivamente comportare l'inefficacia dell'atto e non la sua invalidità".

 

In senso contrario rispetto alle ricostruzioni cd. "riduzioniste", tuttavia, si v. L. Calvosa, Gestione dell'impresa e della società alla luce dei nuovi artt. 2086 e 2475 c.c., in Soc., 2019, 799 e ss. ed ivi 800 secondo la quale: "la norma - in ordine alla quale a mio avviso non può essere ignorata la rilevanza della totale coincidenza (anche lessicale) con il principio dettato per le S.p.a. dall'art. 2380-bis c.c. - non può che avere nella S.r.l. il significato che ad essa è attribuito nella S.p.a.". Detta interpretazione, secondo l'Autrice, implica che anche nella S.r.l., nonostante il riconoscimento dell'esclusività della gestione degli amministratori, rimangono ferme le competenze legali previste in capo ai soci, quali quelle di cui all'art. 2479, comma 2, n. 5, c.c. Negli altri casi, quali quelli di cui all'art. 2468, comma 3, c.c. il sistema sarà quello delle autorizzazioni di cui all'art. 2364, comma 1, n. 5, c.c. Nel medesimo senso si v. altresì: G.A. Mazza, La riforma della crisi d'impresa mette in crisi i diritti dei soci di s.r.l. in materia di gestione, in corso di pubblicazione su Riv. dott. comm., il quale afferma che: "sia nelle s.p.a. sia nelle s.r.l., ai fini della decisione su un atto amministrativo, la volontà dei soci potrà essere "determinante", ma non potrà mai essere "dominante", nel senso che potrà essere previsto (con modalità diverse a seconda che si tratti di una s.p.a. ovvero di una s.r.l.) il concorso della volontà della collettività dei soci (o, nelle s.r.l., di singoli soci) ai fini dell'assunzione e/o dell'attuazione di una decisione gestionale sotto forma di autorizzazione (o di diritto di veto), ma non potrà essere legittimamente previsto statutariamente che i soci (o, nelle s.r.l., singoli soci) possano decidere un atto amministrativo al posto dell'organo amministrativo". L'Autore, inoltre, afferma che sulla base delle considerazioni effettuate sul nuovo art. 2475 c.c., "occorre ridurre significativamente l'ambito di operatività dell'art. 2468, comma 3, c.c." [Nota bibliografica a cura di Marta Pin].