174 Categorie di quote a voto ridotto o maggiorato nelle s.r.l. PMI (art. 26, comma 3, d.l. 179/2012)

 

MASSIMA
L'art. 26, comma 3, d.l. 179/2012 - là dove consente alle s.r.l. PMI di creare "categorie di quote che non attribuiscono diritti di voto o che attribuiscono al socio diritti di voto in misura non proporzionale alla partecipazione da questi detenuta ovvero diritti di voto limitati a particolari argomenti o subordinati al verificarsi di particolari condizioni non meramente potestative" - rende altresì legittima la creazione di quote a voto maggiorato o a voto multiplo, nonché la previsione, in relazione alla misura o alla quantità di quote possedute da uno stesso soggetto, della limitazione o dello scaglionamento del diritto di voto.
La percentuale di capitale sociale rappresentata da tali categorie di quote, così come il numero dei voti esprimibili da ciascuna quota e la misura della maggiorazione del voto ad esse spettante, sono liberamente determinabili dallo statuto, non trovando applicazione i limiti imposti alle s.p.a. dall'art. 2351, commi 2 e 4, c.c. e dall'art. 127-quinquies TUF.

MASSIMA

 

L'art. 26, comma 3, d.l. 179/2012 - là dove consente alle s.r.l. PMI di creare "categorie di quote che non attribuiscono diritti di voto o che attribuiscono al socio diritti di voto in misura non proporzionale alla partecipazione da questi detenuta ovvero diritti di voto limitati a particolari argomenti o subordinati al verificarsi di particolari condizioni non meramente potestative" - rende altresì legittima la creazione di quote a voto maggiorato o a voto multiplo, nonché la previsione, in relazione alla misura o alla quantità di quote possedute da uno stesso soggetto, della limitazione o dello scaglionamento del diritto di voto.

La percentuale di capitale sociale rappresentata da tali categorie di quote, così come il numero dei voti esprimibili da ciascuna quota e la misura della maggiorazione del voto ad esse spettante, sono liberamente determinabili dallo statuto, non trovando applicazione i limiti imposti alle s.p.a. dall'art. 2351, commi 2 e 4, c.c. e dall'art. 127-quinquies TUF.

 

MOTIVAZIONE

 

1. - L'ampia formulazione dell'art. 26, comma 3, del d.l. 179/2012 legittima la creazione di categorie di quote che attribuiscono al socio diritti diversi in materia di voto, in espressa deroga al principio di proporzionalità rispetto alla partecipazione da esso detenuta, sancita dall'art. 2479, comma 5, c.c.

È dunque legittimo modulare l'espressione del diritto di voto di spettanza delle quote e diversificarlo in ragione dell'appartenenza ad una categoria nella maniera più varia. L'autonomia statutaria può spaziare dalla creazione di categorie di quote che non attribuiscono diritti di voto, a quelle che attribuiscono diritti di voto in misura meno che proporzionale alla partecipazione detenuta, o che attribuiscono diritti di voto limitati a specifici argomenti o subordinati al verificarsi di particolari condizioni non meramente potestative; è inoltre ammissibile prevedere meccanismi di voto scaglionato, o con tetto massimo. In direzione opposta, è possibile creare categorie di quote che attribuiscono diritti di voto più che proporzionali alla partecipazione detenuta, fino alla previsione di un diritto di voto plurimo o maggiorato. L'incremento del voto attribuito ad una categoria di quote seguirebbe del resto indirettamente quale effetto della limitazione del voto di una diversa categoria, testualmente consentita dal d. l. 179/2012.

Si noti che l'art. 26, comma 3 del d.l. 179/2012 non è stato espressamente modificato dal d.l. 50/2017, che ha sostituito l'espressione "start up innovativa" con "PMI" nei commi 2, 5 e 6 dell'art. 26. Pur in assenza di un richiamo espresso al comma 3, la possibilità, per tutte le s.r.l. PMI, di creare categorie di quote con diritti di voto diversificati è tuttavia desumibile per via interpretativa, attraverso il richiamo effettuato dal comma 3 alle "società di cui al comma 2"; richiamo da intendersi riferito a tutte le s.r.l. PMI a seguito della novella intervenuta nel 2017.

L'elencazione contenuta nell'art. 26, comma 3, costituisce del resto una mera indicazione delle possibili configurazioni che il voto attribuito alla quota può assumere nel modello della s.r.l. Si può ricordare in proposito quanto già sostenuto da questa Commissione nella massima 138, circa la portata dispositiva del principio di proporzionalità e la conseguente legittimità della previsione statutaria del voto non proporzionale, sia quale particolare diritto attribuito a taluni soci, ai sensi dell'art. 2468, comma 3, c.c., sia quale previsione astratta applicabile a tutti i soci; conclusioni già orientate nella direzione intrapresa dall'attuale disciplina della s.r.l. PMI, che ne amplifica la portata, estendendola alle ipotesi in cui il diritto di voto non proporzionale sia attribuito non già come un diritto particolare ai sensi dell'art. 2468, comma 3, c.c., bensì come diritto diverso che connota una categoria di quote.

 

2. - In sede di prima analisi della nuova disciplina, ci si è interrogati sulla possibile applicazione analogica dei limiti dettati per la s.p.a. dall'art. 2351, commi 2 e 4, c.c. e dall'art. 127-quinquies TUF. Il legislatore ha infatti sostanzialmente replicato la prima parte del disposto dell'art. 2351, comma 2, c.c. (in particolare la necessità che, in caso di voto limitato, esso sia "subordinato al verificarsi di particolari condizioni non meramente potestative"), ma non la parte conclusiva, attinente alla misura massima delle partecipazioni prive di voto o a voto limitato o sottoposto a particolari condizioni, da contenere nei limiti della metà del capitale sociale.

La norma inoltre non fa cenno, con riferimento alle quote a voto plurimo o maggiorato (sicuramente ammesse, come affermato nella massima, in virtù del riferimento al voto non proporzionale), alle limitazioni imposte nella s.p.a. dall'art. 2351, comma 4, c.c., circa la creazione di categorie di azioni che attribuiscono un voto plurimo (fino a un massimo di tre voti); e dall'art. 127-quinquies T.U.F., in caso di voto maggiorato (fino a un massimo di due voti).

Oltre al dato letterale - che potrebbe essere inteso quale espressione della volontà di accordare ampia autonomia statutaria alla s.r.l. PMI nell'organizzazione delle categorie di quote - alcune argomentazioni di carattere sistematico depongono per la non applicabilità dei limiti qui considerati.

In primo luogo, la possibilità, già esistente per tutte le s.r.l., di riconoscere ai sensi dell'art. 2468, comma 3, c.c., in forma di particolare diritto attribuito al socio, la facoltà di nominare i componenti dell'organo amministrativo, di vedersi riconosciuti poteri di veto o specifiche competenze autorizzative rispetto al compimento di determinati atti gestionali, privando conseguentemente gli altri soci del potere di decidere su queste materie, di fatto realizza già indirettamente un'attribuzione non proporzionale del diritto di voto. Attribuzione non proporzionale che, come già rilevato nella massima 138, potrebbe dunque essere essa stessa il contenuto di un diritto particolare ed estendersi ben oltre il limite fissato dall'art. 2351, comma 2, c.c., ad esempio nel caso in cui ad un socio con una quota anche notevolmente inferiore alla metà del capitale sia attribuito il diritto di nomina dell'organo amministrativo.

La configurabilità, nel tipo societario della s.r.l., dei particolari diritti così delineati (la cui coesistenza con le categorie di quote non è peraltro esclusa, come rappresentato dalla massima n. 171) comporta di per sé il superamento del principio di rigida correlazione tra rischio di perdere il valore della propria partecipazione e potere di incidere sulle scelte dell'impresa, che è tradizionalmente considerato il fondamento dei limiti sopra evocati; ne discende che la loro osservanza si pone con minore forza.

La centrale rilevanza di ciascun socio, d'altra parte, non pare essere un connotato essenziale del tipo s.r.l. come testimoniato, in esito alla riforma del 2003, dal graduale indebolimento della posizione del singolo, che è derivato dall'abbattimento dei quorum richiesti anche per le decisioni dei soci per le modifiche statutarie e dalla possibilità di attribuire diritti particolari ad alcuni soci, tendenza ora confermata proprio dalla facoltà di creare diverse categorie di soci con diritti attenuati attribuita dalla norma in esame.

In definitiva, come già si è avuto modo di affermare nella massima n. 138, le regole volte ad assicurare il tendenziale equilibrio tra rischio e potere appaiono porre eccezionali limiti alla libera determinabilità del contenuto delle partecipazioni sociali, che non sembrano trovare riscontro e dunque possibilità di applicazione nella s.r.l.

Il principio di correlazione tra rischio e potere è del resto divenuto tendenziale anche nelle società azionarie, in cui esso ha rappresentato storicamente un tratto tipologico e definitorio essenziale. Con il tramonto del precetto "un'azione, un voto", è di tutta evidenza la possibilità di esercitare il controllo di diritto con una partecipazione assai esigua (si pensi alla combinazione di azioni a voto plurimo con azioni senza voto). La recente modifica della disciplina delle s.p.a. avvalora l'ipotesi che nelle società di capitali la corrispondenza tra capitale investito e voti esprimibili abbia oggi valenza di regola solo suppletiva.

In secondo luogo, giova ricordare che le prerogative individuali riconosciute al socio in seno alla s.r.l. restano più incisive di quelle vantate dal socio della s.p.a.: ciascun socio è individualmente legittimato a promuovere l'azione di responsabilità contro l'organo amministrativo e, conseguentemente, a chiederne la revoca; ad ognuno dei soci sono inoltre riconosciuti penetranti poteri di controllo e di ispezione dei libri sociali. Diritti che costituiscono una forma di tutela dell'investimento di rischio del singolo, che perciò non è presidiato in via esclusiva dall'espressione del voto.

In sostanza l'estensione alle s.r.l. PMI delle norme dettate in materia di s.p.a., che comportino limiti all'autonomia statutaria appare necessaria solo nei casi in cui esse siano dettate a presidio del capitale sociale, a tutela dei terzi e dei creditori, di interessi insomma che trascendano quello dei soci. È il caso ad esempio della disciplina delle operazioni sulle quote proprie, rispetto alle quali appare ragionevole prospettare l'applicazione analogica dei limiti di cui all'art. 2357 c.c., come rappresentato dalla massima n. 179.

Viceversa, i limiti quantitativi del capitale rappresentato dalle quote prive del diritto di voto o a voto limitato o alla maggiorazione dei diritti di voto attengono al potere decisionale esprimibile da un socio ed al peso ponderato ad esso riconosciuto nell'ambito dell'investimento complessivo effettuato dai soci, e sono pertanto riconducibili ad un interesse disponibile dei medesimi.

 

3. - Si può ancora considerare che la s.r.l. PMI - in virtù della previsione contenuta nel comma 5 dell'art. 26 in commento, che consente l'offerta al pubblico delle quote di partecipazione - può assumere una morfologia chiusa, ossia a ristretta base partecipativa, o aperta, e cioè proiettata verso il mercato; eventualità che ha condotto alcuni commentatori a differenziare l'applicabilità delle prescrizioni restrittive, talvolta in ragione della maggiore o minore apertura al mercato, talvolta in ragione dell'assetto più marcatamente corporativo assunto dalla società. La distinzione tra s.r.l. PMI chiuse o aperte non trova tuttavia conforto in alcun precetto normativo, né codicistico né di diritto speciale; così come, peraltro, non assume alcun rilievo nella s.p.a., ai fini della portata cogente dei limiti in oggetto, che essa sia chiusa o aperta, nulla essendo in proposito previsto dall'art. 2351, comma 2, c.c.

È utile infine ricordare che, a fronte dell'introduzione nel sistema s.r.l. PMI della facoltà di creare categorie di quote cui non sia attribuito il diritto di voto, non è stata replicata la disposizione dell'art. 2370, comma 1, c.c. che nella s.p.a. condiziona il diritto di intervento alla titolarità del diritto di voto; appare tuttavia certamente legittima una clausola statutaria che lo escluda espressamente per il socio privo del diritto di voto.

Nulla è stato disposto anche circa il calcolo dei quorum costitutivi e deliberativi in presenza di quote a voto limitato e senza diritto di voto. Restano in questo caso applicabili le regole dettate per le s.p.a. dall'art. 2368 c.c., le quali hanno carattere certamente generale ed escludono le azioni istituzionalmente prive del diritto di voto dal computo dei quorum.

Resta altresì valido, per il caso di azioni a voto plurimo o maggiorato, il principio formulato nella massima n. 144 di questa Commissione, per il quale ai fini del calcolo dei quorum richiesti dalla legge o dallo statuto per la costituzione dell'assemblea o per l'assunzione delle relative deliberazioni, si computa il numero dei voti spettanti alle partecipazioni azionarie e non la parte di capitale da esse rappresentata.