173 Contenuto dei diritti diversi delle categorie di quote di s.r.l. PMI (art. 26, commi 2 e 3, d.l. 179/2012)

 

MASSIMA
Nella determinazione del contenuto delle quote di categoria delle s.r.l. PMI, ossia nella determinazione dei "diritti diversi" ad esse attribuiti, l'autonomia statutaria incontra sia i limiti generali desumibili dal sistema del diritto societario (quale ad esempio il divieto di patto leonino di cui all'art. 2265 c.c., che impedisce di configurare una categoria di quote del tutto prive del diritto agli utili o della partecipazione alle perdite) sia i limiti stabiliti dalla legge in materia di s.r.l. (quale ad esempio il necessario diritto di recesso al verificarsi di una delle cause inderogabili previste dall'art. 2473 c.c.).
I diritti diversi che connotano una categoria di quote possono avere ad oggetto la circolazione delle quote, tanto nel senso di attribuire solo a una categoria di quote il diritto previsto da una clausola limitativa della circolazione delle altre partecipazioni sociali (quale ad esempio il diritto di esercitare la prelazione in caso di alienazione di una di esse o il diritto di esprimere il gradimento), quanto nel senso di assoggettare solo una categoria di quote agli obblighi, oneri o soggezioni derivanti da tali clausole (come può ad esempio accadere qualora lo statuto preveda solo per una categoria di quote l'obbligo di concedere la prelazione ai titolari di un'altra categoria di quote o ad altri soci singolarmente individuati o il divieto di alienazione in mancanza di gradimento o la soggezione al diritto di riscatto spettante a un'altra categoria di quote o ad altri soci singolarmente individuati).
Resta in ogni caso ferma la possibilità di configurare, ai sensi dell'art. 2468, comma 3, c.c., "diritti particolari" a favore di singoli soci, con uguale contenuto dei "diritti diversi" che connotano una categoria di quote, sia nelle s.r.l. PMI sia nelle s.r.l. non PMI.

MASSIMA

 

Nella determinazione del contenuto delle quote di categoria delle s.r.l. PMI, ossia nella determinazione dei "diritti diversi" ad esse attribuiti, l'autonomia statutaria incontra sia i limiti generali desumibili dal sistema del diritto societario (quale ad esempio il divieto di patto leonino di cui all'art. 2265 c.c., che impedisce di configurare una categoria di quote del tutto prive del diritto agli utili o della partecipazione alle perdite) sia i limiti stabiliti dalla legge in materia di s.r.l. (quale ad esempio il necessario diritto di recesso al verificarsi di una delle cause inderogabili previste dall'art. 2473 c.c.).

I diritti diversi che connotano una categoria di quote possono avere ad oggetto la circolazione delle quote, tanto nel senso di attribuire solo a una categoria di quote il diritto previsto da una clausola limitativa della circolazione delle altre partecipazioni sociali (quale ad esempio il diritto di esercitare la prelazione in caso di alienazione di una di esse o il diritto di esprimere il gradimento), quanto nel senso di assoggettare solo una categoria di quote agli obblighi, oneri o soggezioni derivanti da tali clausole (come può ad esempio accadere qualora lo statuto preveda solo per una categoria di quote l'obbligo di concedere la prelazione ai titolari di un'altra categoria di quote o ad altri soci singolarmente individuati o il divieto di alienazione in mancanza di gradimento o la soggezione al diritto di riscatto spettante a un'altra categoria di quote o ad altri soci singolarmente individuati).

Resta in ogni caso ferma la possibilità di configurare, ai sensi dell'art. 2468, comma 3, c.c., "diritti particolari" a favore di singoli soci, con uguale contenuto dei "diritti diversi" che connotano una categoria di quote, sia nelle s.r.l. PMI sia nelle s.r.l. non PMI.

MOTIVAZIONE

 

Il tema dell'ampiezza e dei limiti del contenuto dei "diritti diversi" delle catego-rie di quote di s.r.l. PMI costituisce oggetto di diverse massime (si vedano in particolare, oltre a questa, le massime n. 174, 175 e 176), delle quali la presenta costituisce in qualche modo la "cornice". Si tratta infatti di individuare i confini entro i quali può di-spiegarsi l'autonomia statutaria nella determinazione dei "diritti diversi" che connotano le categorie di quote, nonché di indagare quali rapporti e quali interferenze sussistano rispetto ai limiti che la stessa autonomia statutaria incontra nella determinazione dei "di-ritti particolari" eventualmente attribuiti a uno o più soci, ai sensi dell'art. 2468, comma 3, c.c., sia nelle s.r.l. PMI sia nelle s.r.l. non PMI alla luce della disciplina generale.

Dal primo punto di vista è parso del tutto naturale estendere al concetto di "dirit-ti diversi" delle categorie di quote delle s.r.l. PMI quanto si è venuto consolidandosi in materia di "diritti diversi" delle categorie di azioni ai sensi dell'art. 2348 c.c. Ciò vale, in particolare per il riconoscimento di una tendenziale libertà dell'autonomia statutaria, che può pertanto declinarsi nella configurazione di categorie di azioni e di quote "atipiche", non già previste dalla legge, come facilmente può dedursi dall'avverbio "liberamente" introdotto nell'art. 2348, comma 1, c.c., in sede di riforma del 2003 e ora riprodotto nella formulazione (quasi) testualmente identica dell'art. 26, comma 2, d.l. 179/2012. I confini entro i quali può dunque muoversi l'autonomia statutaria sono costituiti dai "limiti previsti dalla legge", i quali a loro volta possono avere un connotato "generale" o "implicito" (così ad esempio il divieto di patto leonino di cui all'art. 2265 c.c., che impedisce di configurare una categoria di quote del tutto prive del diritto agli utili o della partecipazione alle perdite) oppure "speciale" o "espresso" (il divieto di sopprimere le cause inderogabili di recesso previste dall'art. 2473 c.c.).

E' altresì parso utile rinnovare l'affermazione - già sostenuta in tema di categorie azionarie e di diritti particolari nelle s.r.l. (si veda la massima n. 95), ma non pacifica nella dottrina più risalente - circa la possibilità di differenziare una o più categorie di quote anche in base (o solamente in base) ai diritti spettanti in materia di circolazione delle partecipazioni sociali, tanto nel senso di attribuire solo a una categoria di quote il "diritto" previsto da una clausola limitativa della circolazione delle altre partecipazioni sociali (ad esempio il diritto di esercitare la prelazione in caso di alienazione di una di esse o il diritto di esprimere il gradimento), quanto nel senso di assoggettare solo una categoria di quote agli "obblighi", agli "oneri" o alle "soggezioni" derivanti da tali clau-sole (ad esempio qualora lo statuto preveda solo per una categoria di quote l'obbligo di concedere la prelazione ai titolari di un'altra categoria di quote o ad altri soci singolar-mente individuati o il divieto di alienazione in mancanza di gradimento o la soggezione al diritto di riscatto spettante a un'altra categoria di quote o ad altri soci singolarmente individuati).

La massima si sofferma infine sul rapporto tra la norma in questione (art. 26, comma 2, d.l. 179/2012) e la figura generale dei diritti particolari ai sensi dell'art. 2468, comma 3, c.c., per i quali la formulazione letterale della norma (riferita ai "diritti ri-guardanti l'amministrazione della società o la distribuzione di utili"), potrebbe indurre a una interpretazione più restrittiva. Non si vedono invero ragioni - come si è avuto già modo di sottolineare in sede di motivazioni della massima n. 138 - per attribuire alla norma "speciale" di cui all'art. 26, comma 2, d.l. 179/2012 (per quanto ormai di ampia portata) una valenza limitativa del significato da attribuire alla disposizione del codice civile. Riguardo a quest'ultima, in altre parole, restano ferme tutte le argomentazioni che hanno condotto in modo convincente ad affermare che l'indicazione legislativa alla "amministrazione della società" e agli "utili" abbia una natura meramente esemplificativa e non già limitativa, non potendosi negare alle s.r.l. (al di là dei limiti espressamente previsti dalla legge) una minore "libertà" dell'autonomia statutaria nel determinare il contenuto delle partecipazioni sociali. E ciò deve valere tanto nel caso "ordinario", in cui la "variazioni" del contenuto delle partecipazioni sono attuate per il tramite dell'attribuzione di diritti particolari ai sensi dell'art. 2468, comma 3, c.c., quanto nel caso "speciale", in cui il contenuto delle partecipazioni sia variegato in virtù della pre-senza di una o più categorie connotate da "diritti diversi".