Massima n. 171 Nozione di categorie di quote di s.r.l. PMI (art. 26, comma 2, d.l. 179/2012; art. 2468 c.c.)

Massima

 

Le categorie di quote delle s.r.l. PMI si caratterizzano per la circostanza di attribuire a tutti i loro possessori "diritti diversi" dai diritti spettanti agli altri soci e/o alle quote di altre categorie, ma al contempo uguali ai diritti spettanti alle quote della medesima categoria.

Lo statuto può liberamente stabilire che le quote di ciascuna categoria: (i) abbiano tutte la medesima misura, essendo in tal caso necessario che la misura e il numero delle quote di ciascuna categoria costituiscano elementi dello statuto sociale, oppure (ii) siano di misura variabile e divisibile, al pari delle partecipazioni "individuali" secondo il regime legale ordinario delle s.r.l.

Le quote di categoria possono appartenere a uno o più soci e possono coesistere sia con la presenza di partecipazioni individuali sia con la presenza di altre categorie di quote. Il medesimo soggetto può essere contemporaneamente titolare di una partecipazione individuale e di una o più quote di una o più categorie. La presenza di categorie di quote non impedisce alla società di attribuire diritti particolari a uno o più soci, ai sensi dell'art. 2468, comma 3, c.c., tanto nell'ipotesi in cui essi siano titolari di una partecipazione individuale quanto nell'ipotesi in cui essi siano titolari solamente di quote di categoria.

Il trasferimento delle quote di categoria è assoggettato, salvo diversa disposizione statutaria, alla medesima disciplina legale e statutaria applicabile al trasferimento delle partecipazioni sociali. Il trasferimento di quote di categoria comporta di regola il passaggio anche dei diritti diversi che caratterizzano la categoria medesima, mentre il trasferimento delle partecipazioni individuali non comporta di regola il passaggio dei diritti particolari eventualmente spettanti al socio alienante.

Motivazione

 

1. - La facoltà di emettere "categorie di quote" - inizialmente concessa alle sole s.r.l. start upinnovative e poi estesa a tutte le s.r.l. PMI in forza della novella introdotta dal d.l. 50/2017 - richiede l'individuazione del concetto dicategoria, per comprendere in cosa si distinguano le quote "di categoria" dalle quote che potremmo dire "individuali" od "ordinarie", nonché per individuare i limiti del loro utilizzo da parte delle s.r.l., anche in casi di compresenza delle une e delle altre.

A tal riguardo, si può anzitutto notare che il concetto di "categoria", nell'ambito dalla disciplina delle società azionarie, è caratterizzato sia dalla c.d. "standardizzazione" delle partecipazioni della medesima categoria, che hanno tutte lamedesima misura, al pari di tutte le azioni emesse dalla medesima società, sia dalla presenza di diritti diversiche connotano tutte le azioni della medesima categoria e che differiscono dai diritti di tutte le azioni non appartenenti alla medesima categoria, ma che al tempo stesso sono ugualinell'ambito della categoria stessa.

Nell'ambito delle s.r.l. - in mancanza di una regola che imponga l'uguaglianza del valore nominale di tutte le partecipazioni sociali - si deve invece ritenere ammissibile la configurazione sia di categorie di quote in senso stretto (che potremmo quindi definire come categorie di quote "standardizzate"), caratterizzate dall'uguaglianza della misura delle quote e dei diritti che esse attribuiscono, sia di categorie di quote "nonstandardizzate", connotate solo dalla uguaglianza (e dalla "spersonalizzazione) dei diritti diversi che esse attribuiscono ai loro titolari. Nel primo caso, lo statuto deve determinare non solo i diritti spettanti alle quote di ciascuna categoria, bensì anche la loro misurae il loro numero. Nel secondo caso, invece, al pari di quanto avviene di norma nelle s.r.l., il numero e la misura delle quote di categoria non costituiscono oggetto di determinazione ad opera dello statuto, bensì sono rimesse alle vicende circolatorie poste in essere tra i soci, nel rispetto degli eventuali limiti statutari in tema di trasferimento e di divisione delle quote sociali.

L'ammissibilità di entrambe le configurazioni delle categorie di quote si argomenta anzitutto in base alla terminologia utilizzata dal legislatore, che nell'art. 26, comma 2, d.l. 179/2012 riproduce quasi testualmente il dettato dell'art. 2348 c.c. in tema di categorie di azioni, richiamando così le nozioni giuridiche che caratterizzano tale istituto. Anche da un punto di vista logico, del resto, la mera facoltà di attribuire alle partecipazioni sociali "diritti diversi" non avrebbe richiesto necessariamente l'utilizzo del concetto di "categoria", che implica evidentemente un connotato ulteriore, consistente appunto nella standardizzazione delle partecipazioni alle quali vengono attribuiti i diritti diversi. Viene cioè derogata la tendenziale unitarietà delle partecipazioni sociali delle s.r.l., le quali di regola non costituiscono porzioni predeterminate del capitale sociale, suscettibili di essere possedute in numero variabile dal medesimo soggetto, bensì rapporti sociali unitari, ciascuno dei quali facenti capo a un socio.

D'altro canto, quand'anche si volesse attribuire all'art. 2468, comma 1, c.c. - nella parte in cui sancisce che "le partecipazioni dei soci non possono essere rappresentate da azioni- il significato di un divieto di suddivisione delle quote di s.r.l. in un numero predeterminato di partecipazioni standardizzate e di uguale misura, si dovrebbe comunque ritenere che è proprio questa regola ad essere derogata dall'art. 26, comma 2, d.l. 179/2012, che estende alle s.r.l. una "tecnica" di conformazione delle partecipazioni sociali tipica delle società azionarie. E' vero che l'altra disposizione dell'art. 2468, comma 1, c.c. (ossia il divieto di offrire al pubblico le quote di s.r.l.) è derogata in modo espressodal successivo art. 26, comma 5, d.l. 179/2012, mentre il comma 2 non contiene una deroga altrettanto espressa. Ma non può certo ritenersi necessario il formale riferimento alla norma oggetto di deroga, essendo il contenuto della disposizione derogatoria di per sé sufficiente per rendere inapplicabile il precetto generale cui si fa eccezione.

Tutto ciò non implica, per altro verso, che alla s.r.l. PMI - e con tutta probabilità anche alle s.r.l. in generale - sia fatto divieto di individuare una pluralità di partecipazioni (non predeterminate nel numero e nella misura, e quindi non standardizzate) dotate dei medesimi "diritti diversi", e come tali aventi un contenuto differente rispetto alle partecipazioni degli altri soci.

In tali circostanze, l'unica differenza tra s.r.l. PMI e s.r.l. non PMI dovrebbe essere la seguente. Da un lato, lo statuto di una s.r.l. non PMI deve comunque individuare soggettivamente i soci titolari cui spettano siffatti diritti particolari "di gruppo", eventualmente adottando anche una denominazione collettiva degli stessi soci e/o delle loro partecipazioni. Non ci troveremmo di fronte a una "categoria", bensì a una pluralità di diritti particolari ai sensi dell'art. 2468, comma 3, c.c., caratterizzati dal fatto di essere attribuiti in modo uguale a due o più soci, singolarmente individuati dallo statuto (ed eventualmente con l'espressa previsione della loro trasferibilità unitamente alle quote dei loro titolari, in caso di trasferimento totale o parziale delle quote medesime). Dall'altro lato, invece, lo statuto di una s.r.l. PMI può limitarsi a determinare ex antele quote che attribuiscono i diritti diversi, senza individuare singolarmente i soci che ne sono titolari, ferma restando la variabilità della loro misura, rimessa alle vicende di circolazione e di divisione ad opera degli stessi soci.

In estrema sintesi, si possono configurare tre diverse modalità con cui una s.r.l. PMI attribuisce i medesimi diritti(particolari o diversi) a una pluralità di soci: (i) la prima, consentita a tutte le s.r.l., è l'attribuzione di "diritti particolari di gruppo", a una serie di soci individualmente nominati dallo statuto, con la previsione della trasferibilità dei diritti in caso di trasferimento della partecipazione; (ii) la seconda è l'attribuzione di "diritti diversi" a una parte predeterminata delle quote che rappresentano il capitale sociale, senza individuazione statutaria dei rispettivi titolari, ma senza standardizzazione delle quote stesse ("categorie di quote non standardizzate"); (iii) la terza è l'attribuzione di "diritti diversi" a una parte predeterminata delle quote in cui è suddiviso il capitale sociale, aventi tutte la medesima misura ed essendo quindi suscettibili di essere detenute in numero variabile da uno o più soci, ovviamente senza individuazione statutaria dei rispettivi titolari ("categoria di quote standardizzate").

 

2. - La facoltà di suddividere il capitale sociale in quote "individuali" o in "categorie di quote" non rappresenta necessariamente una scelta riferita all'intero capitale sociale, che può invero essere suddiviso al tempo stesso sia in quote individuali che in categorie di quote. Nessuna esigenza logica impedisce la coesistenza delle due tecniche di configurazione delle partecipazioni sociali, né v'è traccia nella legge di alcun elemento che deponga in tal senso. Anzi, il fatto che la legge preveda espressamente (per le s.r.l. start up innovative) che al venir meno della qualifica soggettiva che consente l'emissione di categorie di quote mantengono efficacia le relative clausole statutarie "limitatamente alle quote di partecipazione già sottoscritte" comporta quale inevitabile conseguenza che possano coesistere nella medesima s.r.l. sia le quote di categoria sia le quote individuali.

Anche la scelta di attribuire "diritti particolari" a singoli soci, ai sensi dell'art. 2468, comma 3, c.c., o "diritti diversi" a categorie di quote, ai sensi dell'art. 26, comma 2, d.l. 179/2012, quale tecnica per derogare all'uguaglianza dei diritti spettanti ai soci di una medesima s.r.l., non costituisce una scelta alternativa. Anche a tal proposito, non vi sono esigenze logiche, né spunti normativi, che impediscano a una s.r.l. PMI di avvalersi contemporaneamente di entrambe le modalità per variare i diritti amministrativi e/o patrimoniali dei suoi soci. Né vi sono ragioni per impedire al medesimo socio di essere titolare, al contempo, di diritti particolari ai sensi dell'art. 2468, comma 3, c.c., e di una o più quote di una categoria che attribuisce ulteriori diritti diversi. E ciò potrà accadere tanto nell'ipotesi in cui egli detenga, oltre alle quote di categoria, una partecipazione individuale (al cui trasferimento il diritto particolare si estingue, o, se lo statuto lo prevede espressamente, si trasferisce anch'esso insieme alla partecipazione), quanto nell'ipotesi in cui egli sia titolare soltanto di quote di categoria (con la precisazione che in caso di alienazione di tutte le quote di categoria egli perderà necessariamente anche il diritto particolare attribuitogli exart. 2468, comma 3, c.c.).

La possibile coesistenza di quote individuali e di categorie di quote, nonché di diritti particolari e di diritti diversi di una o più categorie, non sembra poter dar luogo a conflitti o incompatibilità tra le une e gli altri. Si tratta in ogni caso di diritti di fonte statutaria, senza che sia possibile individuare una preminenza dell'una o dell'altra tipologia. Di conseguenza, un eventuale contrasto tra diritti particolari e diritti diversi di categoria si risolve, in ultima analisi, in una questione di interpretazione delle clausole statutarie concretamente adottate da ciascuna società.

 

3. - Un importante corollario dell'individuazione della nozione di "categoria di quote" quale insieme di quote predeterminate dallo statuto, che attribuiscono a tutti coloro che le posseggonodiritti tra loro uguali, ma al contempo diversida quelli spettanti agli altri soci e/o alle altre categorie, può essere infine colto sul piano delle regole applicabili in caso di trasferimento.

Proprio la spersonalizzazioneche connota le categorie di quote - siano esse standardizzate o non standardizzate - consente infatti di affermare che, mentre il trasferimento delle partecipazioni individuali non comporta di regola il passaggio dei diritti particolari eventualmente spettanti al socio alienante, il trasferimento di quote di categoria comporta di regola il passaggio anche dei diritti diversi che caratterizzano la categoria medesima. Deve cioè ritenersi che la caratteristica "personalistica" dei diritti particolari ai sensi dell'art. 2468. comma 2, c.c., lasci in tal caso il passo a una tendenziale "spersonalizzazione" delle quote di categorie, proprio perché standardizzate e dotate nel loro complesso dei medesimi "diritti diversi", a prescindere dall'identità soggettiva di chi ne divenga titolare.

Resta peraltro ferma la possibilità che lo statuto sociale - così come può derogare alla immodificabilità e intrasferibilità dei diritti particolari, rendendoli trasferibili alle medesime condizioni cui è sottoposto il trasferimento della partecipazione sociale del socio che ne è titolare - deroghi la regola della trasferibilità dei diritti diversi delle quote di categoria. E ciò potrà avvenire sia contemplando l'automatica conversione delle quote di una categoria, ove trasferite a terzi (od ove trasferite a soggetti aventi o non aventi determinate caratteristiche), in quote di un'altra categoria, sia prevedendo la loro "trasformazione" in quote individuali, prive di diritti diversi e di diritti particolari.