Massima n. 157 – 17 maggio 2016 Circolazione del diritto di opzione e disciplina della prelazione sull’inoptato nelle s.r.l. (artt. 2357-ter, 2424 e 2424-bis c.c.)

 

Massima

 

In mancanza di apposita clausola statutaria o di espressa disposizione della deliberazione di aumento del capitale sociale, nelle s.r.l. la parte di aumento di capitale non sottoscritta dai soci nell'esercizio del diritto di opzione di cui all'art. 2481-bis, comma 1, c.c., non può essere sottoscritta né da altri soci né da terzi.

Prima della scadenza del termine per l'esercizio del diritto di opzione, il medesimo può essere alienato a qualsiasi titolo ai soci e/o a terzi, nel rispetto degli eventuali limiti stabiliti dallo statuto per il suo trasferimento ovvero, in mancanza di clausole limitative espressamente riferite al trasferimento dei diritti di opzione, nel rispetto degli eventuali limiti stabiliti dallo statuto per il trasferimento delle partecipazioni sociali e comunque nel rispetto di quanto eventualmente stabilito dalla deliberazione di aumento del capitale sociale.

La deliberazione di aumento di capitale può consentire che la parte di aumento di capitale non sottoscritta dai soci nell'esercizio del diritto di opzione di cui all'art. 2481-bis, comma 1, c.c., possa essere sottoscritta da altri soci e/o da terzi, con facoltà di disciplinarne le modalità, i termini, il prezzo (eventualmente difforme da quello fissato per la sottoscrizione nell'esercizio del diritto di opzione), nonché la sussistenza o meno del diritto di prelazione dei soci sulla parte inoptata ed i relativi termini.

 

Motivazione

 

La massima ha ad oggetto alcuni aspetti delle disciplina dell'aumento di capitale nelle s.r.l., con particolare riguardo alla circolazione del diritto di opzione e alla sorte della parte non sottoscritta dai soci nell'esercizio del diritto di opzione medesimo. Occorre in particolare individuare il contenuto del regime legale, applicabile in mancanza di diverse disposizioni dell'atto costitutivo o dello statuto, nonché i limiti del regime convenzionale, vuoi di natura statutaria, vuoi rimesso alla deliberazione con cui viene deciso il singolo aumento di capitale.

La prima affermazione contenuta nella massima, nel senso che la parte non sottoscritta dell'aumento di capitale non può essere offerta in sottoscrizione né ad altri soci né a terzi, deriva da una evidente argomentazione a contrario, basata sul tenore letterale dell'art. 2481-bis, comma 2, ult. periodo, c.c., nella parte in cui afferma che "La decisione può anche consentire, disciplinandone le modalità, che la parte dell'aumento di capitale non sottoscritta da uno o più soci sia sottoscritta dagli altri soci o da terzi.". Il punto non è in effetti oggetto di particolari dubbi in dottrina, orientata nel medesimo senso in modo unanime. Merita invece di essere sottolineata la circostanza, affermata dalla massima (ma non altrettanto pacifica in dottrina), che i soci possono consentire che la parte dell'aumento non sottoscritta da uno o più soci sia offerta agli altri soci o a terzi anche in mancanza di apposita clausola statutaria che lo preveda. Vi potrà semmai essere una clausola statutaria (opportunamente "protetta" da quorum rafforzati per la sua modifica) che vieti o limiti siffatta possibilità, ma non si vede perché l'assemblea dei soci, anziché inserire una regola duratura nello statuto, non possa di volta in volta decidere se consentire o meno l'offerta dell'inoptato agli altri soci o a terzi.

Viene quindi affrontata la questione della circolazione del diritto di opzione, rispetto alla quale la dottrina è divisa. Si tratta di individuare quale sia il regime legale, ossia la regola suppletiva che trova applicazione in mancanza di una regola convenzionale che disciplini espressamente il trasferimento dei diritti di opzione. La massima afferma in tal caso la regola della trasferibilità del diritto di opzione nei limiti eventualmente sussistenti per la circolazione delle partecipazioni sociali. In altre parole, si sostiene che, laddove non sussistano regole espressamente volte a disciplinare la circolazione dei diritti di opzione, né in statuto né nella deliberazione di aumento, il regime di circolazione dei diritti di opzione sia il medesimo regime previsto dalla legge o dallo statuto per la circolazione delle partecipazioni sociali.

E' vero che la regola della "non collocabilità" ad altri soci o a terzi della parte inoptata dell'aumento di capitale tutela l'interesse di ciascun socio a limitare gli effetti diluitivi dal suo eventuale mancato esercizio del diritto di opzione, impedendo che, in caso di mancato esercizio del diritto anche da parte di altri soci, vi siano ulteriori possibilità di esercizio, da parte dei rimanenti soci o dei terzi. Ma è altrettanto vero, a ben vedere, che tale interesse non può condurre ad impedire la circolazione del diritto di opzione qualora lo statuto non impedisca la circolazione delle partecipazioni sociali. In tal caso, infatti, il socio che avesse intenzione di cedere il proprio diritto di opzione a un altro socio o a un terzo, per consentire loro di sottoscrivere parte dell'aumento di capitale, avrebbe in ogni caso la possibilità di conseguire il medesimo risultato sottoscrivendo egli stesso l'aumento e cedendo immediatamente dopo la partecipazione sottoscritta (e lo stesso dicasi, mutatis mutandis, qualora lo statuto non prevedesse la libera trasferibilità delle partecipazioni, bensì le sottoponesse a limiti quali la prelazione o il gradimento).

L'interpretazione che ravvisa nel regime legale della s.r.l. una regola (pur solo suppletiva) di intrasferibilità del diritto di opzione difetterebbe pertanto di coerenza, posto che lo stesso regime legale della s.r.l. consente il medesimo risultato effettuale, semplicemente con una diversa combinazione cronologica dei negozi giuridici posti in essere dai soci (e dai terzi). Il canone di razionalità del sistema legislativo impone pertanto di attribuire alle norme il significato che le renda tra loro coerenti, nel perseguimento dei medesimi risultati e a tutela dei medesimi interessi.

Per quanto concerne infine le regole che disciplinano l'offerta dell'inoptato, la massima aderisce alla tesi dell'ampia autonomia negoziale della società, sul piano sia delle eventuali clausole statutarie sia delle singole deliberazioni di aumento di capitale. Ciò vale sostanzialmente per tutti gli aspetti dell'offerta dell'inoptato: destinatari, termini, modalità e prezzi. A quest'ultimo proposito, non si ravvisano ragioni per limitare l'autonomia deliberativa della società nello stabilire prezzi differenti per l'inoptato, sia superiori che inferiori a quelli fissati per l'offerta in opzione, né per impedire che la loro determinazione sia demandata agli amministratori (ai quali in fin dei conti può essere delegata l'intera decisione dell'aumento di capitale, anche con facoltà di limitare o escludere il diritto di opzione).

L'opportunità di disciplinare espressamente le regole per il collocamento dell'inoptato è rafforzata dal fatto che, se non si ravvisano particolari problemi nell'affermare la piena autonomia statutaria e deliberativa della società nello stabilire la collocabilità dell'inoptato e la sua disciplina, altrettanto non può dirsi per la ricostruzione della disciplina dell'offerta dell'inoptato qualora essa non sia espressamente contenuta nello statuto o nella deliberazione di aumento. Siffatta eventualità, del resto, non appare del tutto scolastica o improbabile, dovendosi di regola ritenere sussistente ogni qual volta la deliberazione stabilisca due differenti termini, laddove quello per l'esercizio del diritto di opzione sia fissato in una data precedente alla chiusura dell'aumento.

Si potrebbero ritenere applicabili le regole dettate per il caso analogo in tema di s.p.a., ad opera dell'art. 2441, comma 3, c.c., che attribuisce il diritto di prelazione sull'inoptato ai soci che hanno esercitato il diritto di opzione. E' vero che i presupposti della fattispecie sono diversi: da un lato, nella s.p.a., l'offerta dell'inoptato è oggetto di regole inderogabili imposte dal codice civile ed è pertanto la conseguenza ineludibile del mancato integrale esercizio del diritto di opzione; d'altro canto, invece, nella s.r.l., l'offerta dell'inoptato non è prevista dal regime legale e si verifica solo se lo statuto o la deliberazione di aumento lo prevedono. E' pur vero, tuttavia, che, una volta verificati i diversi presupposti affinché si giunga all'offerta dell'inoptato, la situazione è del tutto analoga e del tutto analoghi sono gli interessi da tutelare, con particolare riferimento agli interessi dei soci che hanno sottoscritto (e che sono disposti ad effettuare ulteriori conferimenti) ad essere preferiti ai terzi, in mancanza di uno specifico interesse della società e degli altri soci a che l'inoptato sia offerto a terzi invece che a soci (giacché altrimenti la deliberazione di aumento avrebbe potuto prevederlo espressamente). Lo steso dicasi per l'interesse degli stessi soci che hanno sottoscritto, se più di uno, ad essere trattati in misura proporzionale rispetto alle proprie partecipazioni, per evitare che l'aumento comporti un'alterazione dei pesi delle partecipazioni sociali, non dovuta all'indisponibilità di alcuno di essi ad effettuare nuovi i conferimenti richiesti dalla società, bensì alla discrezionalità degli amministratori.

Potrebbe invece dubitarsi che sussistano i presupposti per l'applicazione analogica anche della regola che limita il diritto di prelazione sull'inoptato ai soci che, oltre ad aver esercito il diritto di opzione, ne abbiano altresì fatto espressa richiesta contestualmente all'esercizio del diritto di opzione. Siffatta regola, stabilita nella s.p.a. dall'art. 2441, comma 3, c.c., è invero volta a tutelare un interesse di tipo organizzativo e procedimentale ravvisabile nell'operazione di aumento di capitale delle s.p.a., nelle quali il numero di soci potenzialmente elevato (e tendenzialmente superiore a quello delle s.r.l.) rende opportuno disporre di meccanismi che facilitino l'operazione volta alla chiusura dell'aumento di capitale e alla raccolta del capitale. Analogo interesse non è facilmente ravvisabile nelle s.r.l., là dove non sussistono esigenze particolari per evitare di offrire l'inoptato a tutti i soci che hanno esercitato il diritto di opzione, a prescindere dal fatto che ne abbiano fatto espressa richiesta. Si consideri inoltre che si sta discutendo di una situazione nella quale le regole non sono state espressamente stabilite dalla società (né in statuto, né nella deliberazione di aumento) e che quindi mal si concilierebbe con una decadenza (dal diritto di prelazione sull'inoptato) sulla base del mero silenzio del socio in sede di esercizio del diritto di opzione.

In ogni caso, si tratta di un'interpretazione per nulla consolidata in dottrina e priva di qualsiasi riscontro in giurisprudenza, rendendo pertanto ancor più opportuna, qualora si intenda prevedere la collocabilità dell'inoptato, una compiuta regolamentazione da parte della clausola statutaria o della deliberazione di aumento.

 

 

 

Nota bibliografica

 

La dottrina pressoché unanime afferma che, in mancanza di una previsione legittimante della decisione di aumento del capitale sociale, la parte non sottoscritta non possa essere offerta né agli altri soci, né a terzi. In tal senso si vedano: O. Cagnasso, La società a responsabilità limitata, in Trattato di diritto commerciale, diretto da G. Cottino, Vol. V, Padova, Cedam, 2007, 339; S.A. Cerrato, Aumenti di capitale e diritti del socio di s.r.l., in Le nuove s.r.l., diretto da M. Sarale, Torino, Zanichelli Editore, 2008, 851; G. De Marchi - A. Santus - L. Stucchi, Aumento di capitale mediante nuovi conferimenti, in Società a responsabilità limitata. Commentario alla riforma delle società , a cura di L.A. Bianchi, diretto da P. Marchetti-L.A. Bianchi-F. Ghezzi-M. Notari, Milano, Egea-Giuffrè, 2008, 1209; D. Galletti, Sub art. 2481-bis, in Codice commentato delle s.r.l., diretto da P. Benazzo e S. Patriarca, Milanofiori Assago, Utet Giuridica, 2006, 483; L. Genghini, Le società di capitali e le cooperative, Manuali notarili, a cura di L. Genghini, Wolters Kluwer-Cedam, t. II, 2015, 1148; G. Giannelli, Le operazioni sul capitale, in Trattato delle società a responsabilità limitata - Le decisioni dei soci. Le modificazioni dell'atto costitutivo, diretto da C. Ibba-G. Marasà, vol. IV, Padova, Cedam, 2009, 310; F. Magliulo, Le modificazioni dell'atto costitutivo, in La riforma della società a responsabilità limitata, Ipsoa, 2003, 436 s.; M. Notari, Il diritto di opzione e la sua esclusione, in S.r.l. commentario, dedicato a G.B. Portale, a cura di A.A. Dolmetta-G. Presti, Milano, Giuffré, 2011, 915; G. Racugno, Le modificazioni del capitale sociale nella nuova s.r.l., in Riv. soc., 2003, 824; M.S. Spolidoro, L'aumento del capitale sociale nelle s.r.l., in RDS-Rivista di diritto societario interno, internazionale comunitario e comparato, 2008, 481, il quale precisa che, se la decisione di aumento non consente l'offerta dell'inoptato, "il termine finale per la sottoscrizione coincide con l'ultimo giorno del periodo entro il quale i soci possono esercitare il loro diritto di sottoscrizione"; M. Speranzin, Diritto di sottoscrizione e tutela del socio nella s.r.l., Torino, Giappichelli Editore, 2012, 92 ss., in particolare p. 95; G. Zanarone, Della società a responsabilità limitata, sub art. 2481-bis, in Il Codice Civile Commentario, fondato e già diretto da P. Schlesinger, continuato da F.D. Busnelli, Milano, Giuffré, 2010, 1534 s.

Da ciò consegue che, sussistendo partecipazioni inoptate e nel silenzio della deliberazione sulla sorte delle medesime, il capitale aumenterà per un importo pari alle sottoscrizioni raccolte, in caso di aumento scindibile, mentre non subirà alcuna variazione, in caso di aumento inscindibile.

Si discute poi se la previsione della decisione di aumento che legittima il collocamento dell'inoptato debba essere necessariamente sorretta da apposita clausola dell'atto costitutivo. Per l'affermativa, si esprime L. Genghini, ult. op. cit., ivi. In senso opposto, F. Magliulo, ult. op. cit., ivi; M. Notari, ult. op. cit., ivi. Nel senso della possibilità di collocare l'inoptato anche in assenza di previsione dell'atto costitutivo, purchè prevista nella decisione di aumento si veda, inoltre, la massima I.G.4 del Comitato Interregionale dei Consigli Notarili delle Tre Venezie.

 

In merito al regime legale di circolazione del diritto di opzione spettante ai soci ai sensi dell'art. 2481-bis c.c. non si riscontra unanimità di vedute.

Nel senso della trasferibilità, nel rispetto comunque di eventuali limiti statutari alla circolazione dei diritti di opzione o delle partecipazioni ovvero di eventuali limiti alla circolazione dei diritti di opzione stabiliti dalla stessa deliberazione di aumento del capitale sociale, si esprimono: Associazione Disiano Preite, Il diritto delle società , Bologna, Il Mulino, 2012, 293; O. Cagnasso, ult. op. cit., 338; S.A. Cerrato, ult. op. cit, 848, che sottolinea come la clausola statutaria che si riferisca solo alla cessione delle partecipazioni possa intendersi riferita anche ai diritti di sottoscrizione, sebbene sia sempre opportuna, a livello di tecnica redazionale dello statuto, una menzione esplicita; G. De Marchi - A. Santus - L. Stucchi, ult. op. cit., 1182 s.; D. Galletti, ult. op. cit., ivi; L. Genghini, ult. op. cit., 1141 s.; G. Giannelli, ult. op. cit., 307, il quale evidenzia che sembra difficile immaginare che il legislatore abbia inteso dettare per il diritto di sottoscrizione un regime legale specularmente opposto a quello di circolazione della quota; G. Racugno, ult. op. cit., 825, il quale dapprima chiarisce che "Ove non sussistano limiti al trasferimento delle partecipazioni, i titolari del diritto di opzione, che non intendono esercitarlo, avranno la possibilità di cederlo liberamente" e successivamente (826) precisa altresì che "In presenza [ii] di clausole limitative alla circolazione, e in assenza di espressa disciplina della cessione del diritto di opzione, varranno per il trasferimento di questo diritto le stesse regole che lo statuto riserva al trasferimento delle quote"; M. Speranzin, ult. op. cit., 87 ss., spec. 90 s.; G.A.M. Trimarchi, L'aumento del capitale sociale, Ipsoa, 2007, 319 s.; G. Zanarone, ult. op. cit., 1537 s. In giurisprudenza, seppur in riferimento all'ordinamento previgente, Cass., 11 maggio 2007, n. 10879, in Soc., 2008, 579.

Al contrario, nel senso dell'intrasferibilità, si sono espressi: M.S. Spolidoro, ult. op. cit, 482, il quale - dopo aver evidenziato che a favore della trasferibilità deporrebbero il confronto con la disciplina "parallela"  della s.p.a., l'assenza di un divieto espresso e l'esigenza di non dotare il socio non consenziente all'aumento di capitale (inscindibile) del potere di far fallire l'operazione semplicemente non sottoscrivendone la sua parte - conclude propendendo per la ricostruzione che non ammette la circolazione del diritto di sottoscrizione. L'Autore, in particolare afferma che "Il confronto con la disciplina delle s.p.a. non è decisivo, sia per la distanza tipologica fra s.p.a. e s.r.l., sia perché l'art. 2481-bis c.c. chiaramente mira a dettare una regola del tutto autonoma a quella contenuta nell'art. 2441 c.c., come è dimostrato (fra l'altro) dalla scelta di evitare - nella disciplina delle s.r.l. - l'espressione "diritto di opzione", utilizzata per le s.p.a. L'argomento a contrario, fondato sula mancanza di un espresso divieto, è per sua natura ambiguo ed è vinto dalla considerazione che la proibizione di collocare la parte scoperta dell'aumento di capitale presso soci o presso terzi si può giustificare solo con la volontà legislativa di evitare che, grazie all'aumento di capitale, uno o più soci accrescano percentualmente le loro partecipazioni o che terzi entrino in società: questa finalità sarebbe evidentemente frustrata se si consentisse al socio di trasferire il suo diritto di sottoscrizione. Ovviamente è possibile sostenere che, salva la sussistenza di altri impedimenti derivanti da clausole cdi prelazione e simili contenute nell'atto costitutivo, dall'ultima frase del 2° comma si desume che la decisione di aumento può permettere (oltre che il collocamento delle quote scoperte presso soci o terzi) anche la cessione del diritto di sottoscrizione: la regola suppletiva è però quella opposta. Infine anche l'ultimo argomento a favore della trasferibilità del diritto di sottoscrizione (quello per cui si verrebbe a concedere un diritto di veto ai soci di minoranza che non vogliono che il capitale sia aumentato) non è persuasivo: Esso infatti si limita ad addurre un inconveniente che la maggioranza può facilmente evitare, inserendo nell'atto costitutivo o nella decisione di aumento la previsione che i soci possono cedere i diritti di sottoscrizione e, soprattutto, la previsione che abilita gli amministratori a collocare le quote scoperte presso gli altri soci o i terzi"; A. Busi, Le novità in materia di aumento e riduzione del capitale previste nella riforma, in A.a.V.v., La riforma delle società. Aspetti applicativi, a cura di Bortoluzzi, Utet, 2004, 401 ss., che argomenta dall'art. 2481-bis, primo comma, c.c., cioè subordinando la trasferibilità del diritto di opzione alla sussistenza di una previsione dell'atto costitutivo che consenta l'attuazione dell'aumento di capitale mediante offerta di quote di nuova emissione a terzi, in difetto della quale la s.r.l. avrebbe una struttura necessariamente chiusa; G. Iannello, sub Art. 2481-bis, in Aa. Vv., Società a responsabilità limitata (artt. 2462 -2483 c.c.), ne La riforma del diritto societario, a cura di G. Lo Cascio, Milano, Giuffrè, 2003, 292; F. Magliulo, ult. op. cit., 438 il quale argomenta dall'art. 2481-bis, secondo comma, c.c., affermando che "La cedibilità del diritto di opzione nel nuovo sistema appare strettamente dipendente dalla possibilità che la delibera di aumento consenta la collocazione dell'inoptato presso altri soci o terzi" in quanto "La ratio della nuova disposizione che non ammette la collocabilità dell'inoptato, salvo diversa disposizione, mira infatti a tutelare il carattere personalistico della società e tale carattere viene messo parimenti in pericolo dalla cessione del diritto di sottoscrizione"; nello stesso senso M. Notari, ult. op. cit., 915 s.; G. Pinna, Art. 2481-bis, in Il nuovo diritto delle società , Commentario a cura di A. Maffei Alberti, Padova, Cedam, 2004, 2086 s.; G. Zagra, Revocatoria ordinaria della rinuncia al diritto di opzione e limiti al suo trasferimento nella s.r.l., in Soc., 2008, 587 s.

 

Il legislatore rimette integralmente alla decisione di aumento del capitale sociale la disciplina del collocamento dell'inoptato e, al riguardo, la libertà dei soci - che potrebbe esplicarsi anche ex ante a livello statutario dettando una disciplina cui le singole deliberazioni di aumento dovranno attenersi - non parrebbe incontrare limiti. Sulle possibili estrinsecazioni di tale libertà, si vedano, in particolare, M. Centonze, Il contenuto della decisione di aumento del capitale sociale, in S.r.l. commentario, dedicato a G.B. Portale, a cura di A.A. Dolmetta-G. Presti, Milano, Giuffré, 2011, 931, il quale, ad esempio, ammette che la delibera stabilisca per le partecipazioni inoptate un prezzo di emissione inferiore a quello originario da un lato "perché il mancato esercizio del diritto di sottoscrizione, ovvero anche solo della prelazione, rappresenta una libera scelta del socio di non giovarsi di un'opportunità riservatagli dalla legge", dall'altro, "perché, in ogni caso, sul piano sostanziale, tra l'interesse individuale del socio inerte (che non sia attiva per mantenere  inalterato il proprio "peso" in società) e l'interesse della società a completare la sottoscrizione dell'aumento al fine di dotarsi della provvista finanziaria programmata con l'operazione (interesse che potrebbe indurre la società ad abbassare il prezzo delle quote ancora non sottoscritte), sembra certamente da privilegiare quest'ultimo".

Si esprimono in favore della possibilità di stabilire un prezzo di emissione diverso per le partecipazioni inoptate anche S.A. Cerrato, ult. op. cit., 851; G. De Marchi - A. Santus - L. Stucchi, ult. op. cit., 1207 e 1210; D. Galletti, ult. op. cit., 483: "purché la fissazione di prezzi arbitrari non divenga prova di una condotta abusiva, volta a favorire qualche socio o terzi specifici"; M. Speranzin, ult. op. cit., 92 e 97 s., che ritiene ammissibile differenziare i prezzi di emissione delle partecipazioni inoptate, a seconda del soggetto - socio o terzo - sottoscrittore; G. Zanarone, ult. op. cit, 1535, nota 14. Contra, G. Pinna, ult. op. cit., 2095 ss. e nt. 28, il quale afferma che "il prezzo della quota inoptata - e della quale fanno richiesta di sottoscrizione altri soci - deve essere proporzionalmente uguale a quello della quota già sottoscritta" mentre ritiene ammissibile "il sovrapprezzo connesso alla sottoscrizione dell'inoptato da parte di soggetti non soci" (2096, nt. 28). L'Autore individua poi un ulteriore limite alla libertà dei soci nel delineare la disciplina dell'inoptato. Più precisamente, afferma che, se del tutto legittima pare la delibera che limiti la collocabilità delle quote non sottoscritte a vantaggio dei soci e con esclusione dei terzi, forti dubbi possono avanzarsi su quella di segno opposto e ciò perché la preferenza per i terzi sembra"conciliabile con il costante impegno legislativo a salvaguardare e promuovere la centralità del socio nell'intera riformata disciplina della s.r.l. ". Per lo stesso motivo, ritiene "problematica la decisione che destinasse parte dell'inoptato ai soci e parte ai terzi ove ciò determinasse un ostacolo dell'intenzione dei primi ad aumentare la propria partecipazione sociale" (2097).

 

In presenza di una deliberazione di aumento di capitale che genericamente consentisse l'offerta delle partecipazioni inoptate agli altri soci e/o ai terzi, si discute se debba ritenersi sussistente un diritto di prelazione dei primi.

In senso affermativo, per vero isolatamente, parrebbe esprimersi M. Speranzin, ult. op. cit., 98 ss., il quale, trattando dei limiti alla discrezionalità degli amministratori nell'offerta delle quote non sottoscritte dai soci nell'esercizio del diritto di opzione, afferma che: "devono essere rispettati il divieto di offerta al pubblico previsto dall'art. 2468 cc. Nonché la parità di trattamento tra i soci; le partecipazioni, pertanto, verranno offerte solo a quest'ultimi secondo un sistema proporzionale" (100).

In senso opposto, D. Galletti, ult. op. cit., 483 s., che afferma "Non pare comunque necessario che solo chi ha sottoscritto l'aumento in prima battuta possa concorrere sull'inoptato, come si ricava dall'assenza di una regola di prelazione legale in favore dei soci che abbiano aderito all'aumento. Al limite sembra che la delibera possa anche statuire circa il collocamento dell'inoptato soltanto presso terzi; infatti non è stata riprodotta una regola legale di prelazione per i soci (come per le s.p.a.); ed in questi casi l'art. 2481-bis non assegna ai soci dissenzienti nemmeno il diritto di recesso. (..) L'ipotesi più probabile, e più "normale", è che lo statuto o la delibera sanciscano che gli amministratori debbono offrire l'inoptato prima ai soci, che ne abbiano fatto domanda all'atto di sottoscrivere l'aumento, e soltanto successivamente anche a terzi, secondo la regola del migliore offerente"; L. Genghini, ult. op. cit., 1148, secondo il quale "anche quando è previsto l'inoptato, nel silenzio della delibera (e dello statuto), non sussiste la prelazione dei soci o dei terzi; concludendo: perché sussista la prelazione sull'inoptato è necessario che la delibera di aumento di capitale (o lo statuto) la prevede espressamente in modo distinto e specifico rispetto alla sola previsione dell'inoptato"; G.A.M. Trimarchi, ult. op. cit., 314 s. [nota bibliografica a cura di Marco Ferrari]