Massima n. 151 – 17 maggio 2016 Recesso in presenza di una clausola di mero gradimento nelle s.r.l. (art. 2469, comma 2, c.c)

 

Massima

 

In presenza di una clausola statutaria che subordini il trasferimento delle partecipazioni sociali al gradimento di organi sociali, di soci o di terzi, senza prevederne condizioni e limiti, è legittimo prevedere espressamente che ai soci spetti il diritto di recesso unicamente quando il gradimento venga richiesto e negato.

 

 

Motivazione

 

Il dato letterale dell'art. 2469, comma 2, c.c. sembra lasciar intendere che la mera previsione da parte dell'atto costitutivo della intrasferibilità delle partecipazioni o di un gradimento mero legittimi tutti i soci, in ogni momento, ad esercitare il diritto di recesso. Tuttavia una simile lettura, con riferimento alle clausole di gradimento mero, rischia di essere contraria alla ratio della norma, volta a evitare che il socio sia "prigioniero" della società.

Se può essere coerente con tale finalità il riconoscimento di un diritto di recesso ad nutum in capo a tutti i soci a fronte di una clausola che preveda l'intrasferibilità assoluta della partecipazione, altrettanto non può dirsi per il caso di clausola che preveda il rilascio di un gradimento mero da parte degli organi sociali, dei soci o di terzi. In tal caso, infatti, attribuire a tutti i soci, indiscriminatamente, la possibilità di recedere avrebbe un effetto opposto a quello tutelato dalla norma in esame: ciascun socio, maturata la decisione di uscire dalla compagine sociale, potrebbe arbitrariamente scegliere di recedere dalla società ottenendo la liquidazione della propria partecipazione, a carico degli altri soci, anche in assenza di soggetti intenzionati a comprare la sua partecipazione. In altre parole, per tutelare il diritto di un socio di non restare intrappolato nella società, si consentirebbe a questo stesso socio di porre a carico della società e/o degli altri soci l'onere della sua liquidazione anche in assenza di altri soggetti disposti ad acquistare la partecipazione.

È quindi certamente legittima una clausola statutaria che attribuisce all'art. 2469, comma 2, c.c., un significato coerente con la ratio cui è ispirato, riconoscendo espressamente il diritto di recesso ai soci solo nel caso in cui il gradimento "mero" sia negato, eventualmente richiedendo adeguata dimostrazione della disponibilità del terzo ad acquistare la partecipazione, poiché solo in tale circostanza si verifica il presupposto che la regola dettata dal legislatore intende sanare, consistente nel rischio di "prigionia" del socio. Una siffatta clausola, del resto, ove si aderisse alla tesi qui sostenuta, risulterebbe riproduttiva dello stesso precetto legale. Essa potrebbe comunque essere ritenuta opportuna, nella misura in cui rende esplicito l'effetto della norma, individuando esattamente i presupposti del diritto di recesso, anche in assenza di una esplicita presa di posizione in statuto.

 

 

Nota bibliografica

 

Secondo parte della dottrina il dato letterale impone di ritenere che il diritto di recesso spetti a tutti i soci per la mera presenza nello statuto della clausola di "gradimento mero" (in tal senso si vedano: F. Tassinari, La partecipazione sociale di società a responsabilità limitata e le sue vicende: prime considerazioni, in Riv. not. 2003, pp. 1417-1421, nel quale si legge che: «In base alla formulazione letterale della norma, inoltre, sembra necessario riconoscere che il diritto di recesso spetta in via astratta, a prescindere cioè dal concretizzarsi di una determinata vicenda traslativa e dall'eventuale concreto diniego del gradimento»; P. Revigliono, Commento all'art. 2469 c.c., in Il nuovo diritto societario, diretto da G. Cottino, G. Bonfante, O. Cagnasso, P. Montalenti, Bologna, 2004, pp. 1818-1823; P. Rainelli, Il trasferimento della partecipazione, in Le nuove s.r.l., opera diretta da M. Sarale, Bologna, 2008, pp. 301-307; G. Zanarone, Art. 2469: Trasferimento delle partecipazioni, in Della società a responsabilità limitata, Milano, 2010, pp. 577-592, nota 80».

Nello stesso senso si veda anche M. Maltoni, Commento sub art. 2469 c.c., in Il nuovo diritto delle società, Padova, 2005, pp.1841-1844, nonché in La partecipazione sociale, in Caccavale, Magliulo, Maltoni, Tassinari, La riforma della società a responsabilità limitata, Milano, 2004, pp. 175-184, pur evidenziando che «sarebbe stato maggiormente congruo consentire il recesso solo nel caso di diniego al trasferimento. Non ci si può nascondere, infatti, che la soluzione normativa prescelta finisce per privare di interesse l'adozione di una clausola di gradimento, poiché gli operatori sono difficilmente disponibili ad accollarsi il rischio di un recesso ingiustificato o pretestuoso a fronte di regole organizzative il cui fine non è di escludere apriori, bensì di selezionare l'ingresso in società: fine svilito dalla facoltà di exit anticipato».

Altra parte della dottrina ritiene invece che il recesso spetti unicamente ai soci che si vedano negato il gradimento richiesto: V. Calandra Buonaura, Il recesso del socio di società di capitali, in Giur. comm., 2005, pp. 291-316; O. Cagnasso, La società a responsabilità limitata, Padova, 2007, pp. 143-148; L.A. Bianchi - A. Feller, Trasferimento delle partecipazioni, in Società a responsabilità limitata, a cura di Luigi A. Bianchi, Milano, 2008, pp. 352-354; P.Butturini, Le fattispecie legali di recesso introdotte dalla riforma delle società di capitali, in Contr. impr. 2008, pp. 387-393; G. Olivieri, Il trasferimento inter vivos delle quote, in S.r.l. Commentario, a cura di A. Dolmetta, G. Presti, Milano, 2011, pp. 327-328, il quale, in particolare, rileva che «mentre la soluzione sopra indicata [ndr. recesso ad nutum per la mera presenza della clausola statutaria] appare convincente se riferita alle clausole che sanciscono l'intrasferibilità assoluta della partecipazione, non altrettanto è a dirsi per quelle che subordinano la cessione della quota al mero gradimento della società. In questo caso, infatti, l'interesse del socio a liberarsi dal vincolo sociale diviene attuale solo ove il placet al trasferimento della partecipazione non venga concesso. Pertanto, non si vede quale sarebbe l'interesse meritevole di tutela qualora il socio decidesse di esercitare il recesso prima o addirittura a prescindere da una richiesta (poi eventualmente negata) di gradimento. Fondato appare dunque il rischio, avanzato in dottrina, che una interpretazione letterale della norma induca la prassi ad eliminare le clausole di (mero) gradimento dagli statuti delle S.r.l. in quanto sostanzialmente inutili e potenzialmente dannose».

Condividono tale ultima ricostruzione anche una pronuncia di merito (Tribunale di Terni, 28 giugno 2010, in Giur. mer., 2010) e un orientamento notarile in materia societaria (Orientamento I.I.13 in Orientamenti del Comitato Triveneto dei notai in materia di atti societari, Comitato Interregionale dei Consigli Notarili delle Tre Venezie, IPSOA - Assago, 2013). [Nota bibliografica a cura di Federico Mottola Lucano]