Voto non proporzionale nelle s.r.l. (art. 2479, comma 5, c.c.)

L'atto costitutivo delle s.r.l. può derogare, per tutte o alcune delle decisioni di competenza dei soci, al principio di proporzionalità del diritto di voto sancito dall'art. 2479, comma 5, c.c.

Ciò può avvenire: (i) con clausole applicabili in via generale e astratta a tutti i soci (ad esempio: tetto massimo di voto, voto scalare, voto scaglionato, voto capitario, etc.), nonché (ii) con clausole che attribuiscono a taluni soci particolari diritti che comportano una "maggiorazione" del diritto di voto (ad esempio: voto plurimo, casting vote, voto determinante, etc.) o che lo limitano (ad esempio: voto limitato, voto condizionato, etc.); non trovando in ogni caso applicazione il limite e il divieto di cui all'art. 2351, comma 2, ultimo periodo, e comma 4, c.c.

Le clausole sub (i), applicabili in via generale e astratta a tutti i soci, costituiscono normali clausole "statutarie", la cui introduzione, modificazione e soppressione può essere decisa, salvo diversa disposizione dell'atto costitutivo, con la maggioranza richiesta dall'art. 2479-bis, comma 3, c.c. Le clausole sub (ii), invece, danno luogo a diritti particolari ai sensi dell'art. 2468, comma 3, c.c., e possono essere introdotte, modificate e soppresse, salvo diversa disposizione dell'atto costitutivo, solo con il consenso unanime di tutti i soci.

 

 

Motivazione

 

Le disposizioni normative in tema di diritto di voto nelle s.r.l. potrebbero indurre a ritenere, ad una prima lettura, che viga un principio inderogabile di spettanza proporzionale del diritto di voto a tutti i soci per tutte le decisioni di loro competenza. Da un lato, l'art. 2479, comma 5, c.c., afferma che "ogni socio ha diritto di partecipare alle decisioni previste dal presente articolo ed il suo voto vale in misura proporzionale alla sua partecipazione", senza fare espressamente salva una diversa disposizione dell'atto costitutivo. Dall'altro lato, l'art. 2468 c.c., dopo aver sancito in via generale lo stesso principio di proporzionalità dei diritti dei soci ("salvo quanto disposto dal terzo comma del presente articolo, i diritti sociali spettano ai soci in misura proporzionale alla partecipazione da ciascuno posseduta"), ne contempla una deroga stabilendo che "resta salva la possibilità che l'atto costitutivo preveda l'attribuzione a singoli soci di particolari diritti riguardanti l'amministrazione della società o la distribuzione degli utili".

L'affermazione della regola della proporzionalità del diritto di voto e la mancanza di una norma che espressamente ne consente la deroga hanno condotto una parte dei primi commentatori a sostenerne l'inderogabilità.

Siffatta interpretazione, tuttavia, non convince e non ha del resto convinto la dottrina più attenta che ha approfonditamente esaminato la questione negli anni successivi alla riforma del 2003. Numerose argomentazioni inducono quindi a sostenere che il principio dettato dall'art. 2479, comma 5, c.c., costituisca in vero una regola dispositiva, al pari della corrispondente norma dettata in tema di s.p.a., là dove l'art. 2351, comma 1, c.c., dispone che "ogni azione attribuisce il diritto di voto".

In primo luogo, non si può ritenere che la disciplina della s.r.l. post riforma sia caratterizzata dal generale dogma della inderogabilità di tutte le disposizioni per le quali il legislatore non ha espressamente fatto salva la possibilità di deroga da parte dell'atto costitutivo. Pur non potendosi affermare con certezza il contrario - ossia che tutte le norme debbono intendersi suppletive ove il legislatore non faccia chiaramente intendere la loro imperatività - occorre discernere la natura derogabile o inderogabile delle disposizioni in tema di s.r.l. sulla base dell'insieme degli elementi interpretativi e in coerenza con le caratteristiche del tipo, con il quadro sistematico delle norme della s.r.l. e degli altri tipi sociali, nonché della loro dimensione funzionale e degli interessi da esse tutelati.

In questa prospettiva, assume grande rilevanza il canone interpretativo rinvenibile nella legge delega da cui origina la riforma del 2003, con precipuo riferimento all'art. 3, comma 1, lett. b), l. 366/2001, là dove imponeva di "prevedere un'ampia autonomia statutaria" e al comma 2, lett. f), dello stesso art. 3, che richiedeva di "ampliare l'autonomia statutaria con riferimento alla disciplina del contenuto e del trasferimento della partecipazione sociale". Il che val quanto dire che l'interprete, di fronte a una regola dettata in tema di "contenuto della partecipazione", senza chiari segni circa la natura imperativa della regola stessa, deve tendenzialmente orientarsi verso la sua natura derogabile.

In terzo luogo, lungi dall'essere un impedimento alla derogabilità del principio della proporzionalità del diritto di voto, il citato art. 2468 c.c. fornisce in realtà un'importante conferma circa la possibilità di derogarvi. E' infatti pacifico che tra i "particolari diritti riguardanti l'amministrazione" previsti dall'art. 2468, comma 3, c.c., possano essere annoverati casi in cui viene concesso a uno o più soci il potere di assumere decisioni che altrimenti sarebbero rimessi alla competenza collettiva dei soci (si pensi alla nomina del o degli amministratori o a determinate operazioni gestorie). Ne consegue altrettanto evidentemente che in tutti questi casi l'attribuzione di un siffatto diritto particolare comporta anche una deroga al principio di proporzionalità del diritto di voto, giacché il voto degli altri soci in queste materie viene del tutto escluso o comunque limitato in misura corrispondente al diritto spettante al socio cui spetta il diritto particolare.

Per questa via, il discorso si presta ad essere ampliato, sino a giungere all'interpretazione sostenuta nella massima in epigrafe. E' stato infatti ampiamente e convincentemente sostenuto che la locuzione "particolari diritti riguardanti l'amministrazione" vada in realtà riferita ai "diritti concernenti i poteri nella società" (come espressamente affermava la Relazione al d.lgs. 6/2006) e dunque virtualmente anche al voto in tutte le decisioni di competenza dei soci. In una simile prospettiva è stato altresì sostenuto - anche da questa Commissione, con la massima n. 39 - che il novero dei diritti particolari di cui all'art. 2468, comma 3, c.c., non può essere inteso in senso tassativo, bensì esemplificativo. Essi possono cioè avere ad oggetto materie non strettamente "riguardanti l'amministrazione della società o la distribuzione degli utili", cui espressamente si riferisce la norma, bensì ulteriori "diritti diversi", dovendosi ritenere concessa all'autonomia negoziale, al pari di quanto dispone l'art. 2348 c.c. per la s.p.a., la facoltà di "liberamente determinare il contenuto" delle partecipazioni sociali, "nei limiti imposti dalla legge". Il che porta con sé, quale inevitabile corollario, la possibilità di attribuire a uno o più soci diritti particolari comportanti una maggiorazione del diritto di voto, che a sua volta altro non è che una deroga al principio di proporzionalità stabilito dall'art. 2479, comma 5, c.c.

Se a una siffatta conclusione si perviene in relazione alla previsione di diritti particolari spettanti a singoli soci, a maggior ragione si deve ammettere la derogabilità del principio di proporzionalità del diritto di voto allorché ciò derivi da una regola organizzativa applicabile in via generale e astratta a tutti i soci. Costituiscono un esempio di clausole di questo tipo quelle che disciplinano - per tutte o solo per alcune decisioni - il c.d. "tetto massimo" dei voti spettanti a ciascun socio, il voto scalare, il voto scaglionato o anche il voto capitario. Quest'ultimo - soprattutto nella s.r.l., normalmente caratterizzata da un numero contenuto di soci - di poco si discosta, sul piano fattuale ed effettuale, da una clausola di mera rideterminazione quantitativa del diritto di voto: un po' come dire che una società con 5 soci, aventi le seguenti quote: 33%, 23%, 21%, 14% e 9%, attribuisce a tutti soci il diritto di voto in misura pari al 20% del capitale, che equivale appunto al voto capitario.

Le clausole applicabili in via generale e astratta a tutti i soci, da un lato, e quelle che attribuiscono a taluni soci particolari diritti che comportano una maggiorazione o una limitazione del diritto di voto, dall'altro, possono d'altronde anche combinarsi tra loro nell'ambito della medesima società. Così, ad esempio, le clausole del tetto massimo, del voto scalare, del voto scaglionato o del voto capitario, potrebbero essere destinate solo ad alcuni determinati soci oppure a tutti soci con esclusione di taluni di essi.

Non costituiscono del resto un reale ostacolo all'interpretazione sin qui sostenuta le disposizioni speciali contenute nell'art. 26 d.l. 179/2012 (convertito nella l. 221/2012), in materia di start-up innovative. Ciò vale anzitutto per il comma 2, che in via generale prevede che lo statuto delle start-up innovative "può creare categorie di quote fornite di diritti diversi e, nei limiti imposti dalla legge, può liberamente determinare il contenuto delle varie categorie anche in deroga a quanto previsto dall'articolo 2468, commi secondo e terzo, del codice civile". E lo stesso dicasi per il comma 3, che con riferimento al diritto di voto prevede che lo statuto delle medesime società "anche in deroga all'articolo 2479, quinto comma, del codice civile, può creare categorie di quote che non attribuiscono diritti di voto o che attribuiscono al socio diritti di voto in misura non proporzionale alla partecipazione da questi detenuta ovvero diritti di voto limitati a particolari argomenti o subordinati al verificarsi di particolari condizioni non meramente potestative".

Si tratta infatti di disposizioni speciali che mirano esclusivamente a consentire il conseguimento del risultato voluto per le start-up innovative, anche qualora esso dovesse essere ritenuto precluso alle s.r.l. non qualificabili come tali. La stessa formulazione della norma lascia intendere la voluta "neutralità" dell'intervento normativo: il contenuto dei diritti particolari e le quote a voto non proporzionale possono essere previste "anche in deroga" alle norme generali, se e qualora il loro significato e la loro portata non dovesse consentire simili pattuizioni nell'atto costitutivo di una s.r.l. non rientrante nella categoria delle start-up innovative. La norma speciale, in altre parole, lascia impregiudicato l'interrogativo circa la natura tassativa dell'art. 2468, comma 3, c.c. (contenuto dei diritti particolari) e circa la natura inderogabile dell'art. 2479, comma 5, c.c. (voto proporzionale alla partecipazione), limitandosi a disciplinare la materia, espressamente in senso permissivo, per le sole start-up innovative.

Un altro profilo assai rilevante concerne il limite e il divieto previsti per le s.p.a. dall'art. 2351, comma 2, ultimo periodo, c.c. (almeno la metà delle azioni a voto pieno) e dall'art. 2351, comma 4, c.c. (divieto di azioni a voto plurimo). A tal riguardo - prescindendo in questa sede da ogni considerazione critica di tali norme sul piano de iure condendo per le s.p.a. - se ne deve senz'altro negare l'applicabilità analogica alla s.r.l. Si tratta infatti di norme, certamente inderogabili nelle s.p.a., che tuttavia pongono un limite di carattere eccezionale all'autonomia statutaria: i due divieti, infatti, rappresentano un'eccezione al principio della libera determinabilità dei diritti diversi delle categorie di azioni, ai sensi dell'art. 2348 c.c. (ove dispone che "la società, nei limiti imposti dalla legge, può liberamente determinare il contenuto delle azioni delle varie categorie"). Siffatto limite viene giustificato dall'esigenza di evitare che sussista un eccessivo squilibrio tra rischio (di perdere il valore delle partecipazioni) e potere (di determinare le sorti dell'impresa sociale).

Tuttavia tale ratio non costituisce principio riconducibile a tutti i tipi sociali, essendo in vero presente solo nelle s.p.a., la cui (tendenziale) dimensione e idoneità a coinvolgere interessi più estesi, anche di altre tipologie di stakeholders, rende maggiormente rilevanti gli effetti potenzialmente negativi dello squilibrio tra rischio e potere. Non solo il medesimo principio non è presente negli altri tipi sociali, bensì esso è espressamente contraddetto, sia nelle società personali, sia nelle s.r.l. Nelle prime il codice civile prevede infatti che il potere di amministrare la società e di determinare quindi le sorti dell'impresa sociale possa essere liberamente affidato in via esclusiva ad uno o più soci, a prescindere dall'entità della loro partecipazione. Nelle seconde è ritenuto pacifico, come già rilevato, che un singolo socio, detentore di una partecipazione anche del tutto minoritaria, abbia il potere di nominare gli amministratori o di essere egli stesso l'unico amministratore, anche per l'intera durata della società. Il che conferma, in modo decisivo, che le regole volte ad assicurare il tendenziale equilibrio tra rischio e potere: (i) non solo rappresentano limiti eccezionali che derogano alla regola della libera determinabilità del contenuto delle partecipazioni sociali, limiti rispetto ai quali non sussiste nelle società non azionarie l'eadem ratio che ne consente l'applicazione analogica; (ii) bensì sono addirittura incompatibili con il quadro normativo dei tipi non azionari, ponendosi in contrasto con norme e principi che disciplinano le società personali e la s.r.l.

La massima, infine, affronta espressamente la questione delle modalità e delle regole riguardanti l'introduzione e la soppressione delle clausole che derogano alla proporzionalità del diritto di voto di cui all'art. 2479, comma 5, c.c. In sede di costituzione, ovviamente, non si pone problema alcuno. Successivamente ad essa, sarà necessario il consenso unanime per l'introduzione, modificazione e soppressione di tutte le clausole che danno luogo a diritti particolari ai sensi dell'art. 2468, comma 3, c.c., mentre sarà in linea di principio sufficiente la maggioranza richiesta dalla legge e/o dallo statuto per le clausole applicabili in via generale e astratta a tutti i soci. Tale ultima regola - di per sé non revocabile in dubbio sul piano generale e astratto - va ovviamente applicata nel rispetto dei principi generali di buona fede e di correttezza nell'esecuzione del contratto sociale, oltre che di parità di trattamento dei soci, in dipendenza delle situazioni di ciascun caso concreto.

 

 

Nota bibliografica

 

1. - In linea generale, dopo la riforma del 2003, la questione della derogabilità del principio di proporzionalità del diritto di voto ha dato luogo a tre diverse interpretazioni: una contraria (prevalente soprattutto nei primi commenti), una intermedia e una favorevole.

1.1 -  La tesi contraria (già in passato sostenuta da G. Santini, Della società a responsabilità limitata, artt. 2472-2497 bis, in Commentario del Codice Civile Scialoja-Branca, Bologna-Roma, 1992, p. 196) trova oggi le proprie principali argomentazioni: (i) nella considerazione che il quinto comma dell'art. 2479 c.c. non contempla espressamente la possibilità di una diversa previsione statutaria (contrariamente a quanto avviene nei commi 4 e 6 del medesimo articolo); (ii) nella circostanza che la lettera dell'art. 2468 c.c. limita l'attribuzione di diritti particolari alla sfera dell'amministrazione e degli utili e «l'attribuzione di particolari diritti nell'amministrazione, consentita dal 3° comma dell'art. 2468 c.c., [.] non [riguarda] anche il diritto di voto» (R. Rosapepe, Appunti su alcuni aspetti della nuova disciplina della partecipazione sociale nella s.r.l., in Giur. comm., 2003, I, p. 482).

Condividono questa linea interpretativa, in particolare: P. Rainelli, commento sub art. 2479 c.c., in Il nuovo diritto societario, diretto da G. Cottino, G. Bonfante, O. Cagnasso, P. Montalenti, vol **, Bologna, 2004, p. 1917; A. Santus - G. De Marchi, Sui particolari diritti del socio nella nuova s.r.l., in Riv. Not., 2004, p. 89; M.C. Lupetti, Deroga al criterio di proporzionalità tra partecipazione sociale e diritto di voto nelle s.r.l. tra vecchio e nuovo diritto societario, in Riv. Not., 2004, p. 1552; L. Salvatore, La nuova s.r.l.: la disciplina dei conferimenti e delle partecipazioni sociali, in Contratto e impresa, 2003, p. 239; G.A. Rescio, Il sovrano in esilio: riflessioni e problemi in tema di assemblea e decisioni dei soci, in Studi sulla riforma del diritto societario, a cura del Consiglio Nazionale del Notariato, Studi e Materiali, Suppl. al fasc. 1/2004, Milano, 2004, p. 375.

Pare, infine, opportuno segnalare un autore (E. Fazzutti, commento sub art. 2468 c.c., in La riforma delle società , a cura di M. Sandulli - V. Santoro, Torino, 2003, 3, p. 57), il quale afferma che l'ostacolo alla deroga della rigida proporzionalità fra partecipazione al capitale e diritti di voto andrebbe riscontrato nell'istituto dell'aumento di capitale ex art. 2481-bis, c.c., il quale «non avrebbe ragion d'essere» ove ad una variazione della quota di partecipazione non susseguisse una corrispondente e proporzionale variazione nella quota di partecipazione agli utili e ai diritti di voto. In senso negativo, cfr. anche Uff. Reg. Imprese di Perugia del 2 aprile 2004, in Riv. Not., 2004, p. 1542.

1.2. - Parte della dottrina ritiene che il voto non proporzionale sia ammissibile, a certe condizioni. In particolare si afferma che il voto non proporzionale è legittimo quando esso afferisce a materie che possono formare oggetto di diritti particolari ex art. 2468, comma 3, c.c. Secondo questa impostazione, quindi, sulla base del tenore letterale degli artt. 2468, comma 2, c.c. e dell'art. 2479, comma 5 c.c., ai soci potrebbe essere riconosciuto (quale diritto particolare) un diritto di voto non proporzionale unicamente in relazione alle deliberazioni concernenti l'amministrazione della società o la distribuzione degli utili (in questo senso, G. Guerrieri, commento agli artt. 2479 - 2479-ter c.c., in Il nuovo diritto delle società , a cura di A.M. Alberti, III, Padova, 2005, p. 2035; A. Daccò, I diritti particolari del socio nelle s.r.l., in Il nuovo diritto delle società. Liber Amicorum G.F Campobasso, diretto da G.E. Colombo - G.B. Portale, Torino, 2007, vol. 3, p. 405; A. Blandini, Categorie di quote, categorie di soci, in Collana della Rivista delle Società ,  Milano, 2009, p. 69; M. Notari, Diritti "particolari" dei soci e categorie "speciali" di partecipazioni, in Analisi Giuridica dell'Economia, 2003, p. 331).

In tali materie, infatti, il possibile riconoscimento di una posizione esclusiva in favore di singoli soci, rende ammissibile anche la «facoltà alternativa di lasciare la decisione alla collettività, distribuendo la forza di voto in misura non proporzionale» (così G.P. La Sala, Art. 2479. I principi comuni all'assemblea e agli altri metodi decisionali. Le materie riservate., in S.r.l. Commentario dedicato a Giuseppe B. Portale, a cura di A. Dolmetta e G. Presti, Milano, 2011, p. 801). Concorda con tale lettura anche M. Maltoni, art. 2468 c.c., in Le nuove leggi civili commentate. Il nuovo diritto delle società , a cura di A.Maffei Alberti, III, Padova, 2005, p. 1833, il quale ritiene che la deroga al principio del voto proporzionale debba essere (i) «circoscritta tassativamente ai diritti in tema di amministrazione, intesa quale gestione della società, senza poter coinvolgere altri profili gestionali» e (ii) non possa giungere sino ad attribuire un diritto particolare «inteso uti singuli e con esclusione della restante compagine associativa, [.] in merito alle decisioni di approvazione del bilancio e di distribuzione degli utili, di nomina dei sindaci o del revisore, di modifica dei patti sociali o di compimento di particolari operazioni che comportano una sostanziale modificazione dei diritti dei soci [.]. Infatti, il diritto di ogni socio di partecipare alle decisioni elencate nell'art. 2479 c.c. soffre un limite testuale solo con riferimento alla nomina degli amministratori, per la quale si ammette una diversa previsione pattizia, in conformità alla norma di cui al comma 1° dell'art. 2475 c.c. [.]».

1.3. - Secondo L.A. Bianchi e A. Feller, art. 2468 c.c., in Commentario alla riforma delle società , diretto da P. Marchetti - L.A. Bianchi - F. Ghezzi - M. Notari, Milano, 2008, p. 324. Lo stesso dicasi per G. Iaccarino, Attribuzione del diritto di voto non proporzionale alla partecipazione sociale, in Soc., 2008, p. 36, la pretesa illegittimità di clausole volte a riconoscere diritti di voto più che proporzionali alla partecipazione non apparirebbe né fondata né condivisibile. Sulla stessa linea interpretativa, M. Maugeri, Quali diritti particolari per il socio di società a responsabilità limitata?, in Riv. Soc., 2004, p. 1503, afferma che l'assunzione come "norma imperativa" della regola di proporzionalità contenuta nell'art. 2479, comma 5, c.c., «più che su solidi argomenti interpretativi, appa[ia] fondata sul Rechtgefühl, sulla sensazione cioè di dover rintracciare un qualche limite all'autonomia privata nella definizione del contenuto della partecipazione sociale».

In particolare, per argomentare la legittimità delle clausole volte a riconoscere il voto non proporzionale, si afferma che: (i) la s.r.l. è un tipo sociale caratterizzato da estrema elasticità e duttilità, nel quale viene al massimo esaltata l'autonomia contrattuale. Negare l'attribuzione del voto in misura non proporzionale caratterizzerebbe il tipo sociale con una rigidità estrema, in aperto contrasto con lo spirito del legislatore e con le regole che disciplinano altri tipi sociali del nostro ordinamento (società per azioni e società di persone); così R. Guglielmo, Diritti particolari dei soci nelle s.r.l. e voto non proporzionale, in Riv. Not., 2010, p. 614 e R. Guglielmo e P. Silva, I diritti particolari del socio. Ambito oggettivo di applicazione e fattispecie, Studio n. 242-2011/I, Commissione studi d'impresa, p. 15. Rileva inoltre come il diritto di voto non sia mai stato considerato uno dei diritti irrinunciabili o assolutamente indisponibili del socio M. Speranzin, Partecipazioni senza diritto di voto nella s.r.l., in La struttura finanziaria ed i bilanci delle società di capitali, Studi in onore di G.E. Colombo, Torino, 2011, p. 217; (ii) l'art. 2468, comma 3, c.c., esprime il principio di proporzionalità fra misura della partecipazione e diritti sociali e l'art. 2468, comma 4, c.c., fornisce una deroga espressa a tale principio di proporzionalità; in questo senso si veda A. Nuzzo, sub. art. 2479, in Società di capitali, Commentario a cura di G. Niccolini e A. Stagno d'Alcontres, III, Napoli, 2004, p. 1629. Tale lettura risulta confortata e condivisa anche da G. Zanarone, art. 2479, in Il Codice Civile Commentario, fondato e diretto da P. Schlesinger e continuato da F.D. Busnelli, Milano, 2010, p. 1302, secondo il quale «nulla dovrebbe [.] escludere la possibilità che al principio di proporzionalità fra voto e partecipazione enunciato dall'art. 2479, comma 5°, si possa statutariamente derogare facendo, ad esempio, di un eventuale voto plurimo il contenuto di un diritto particolare da attribuirsi al singolo socio in quanto tale, ai sensi e con la disciplina di cui all'art. 2468, anche perché [.] la maggiorazione del voto potrebbe rientrare fra i "diritti riguardanti l'amministrazione della società" [.]»; (iii) manca un divieto analogo a quello relativo all'emissione di azioni a voto plurimo (previsto per le s.p.a. all'art. 2351, comma 4, c.c.); tale omissione è notata da R. Guglielmo, Diritti particolari dei soci nelle s.r.l. e voto non proporzionale, in Riv. Not., 2010, p. 612.

Viene infine rilevato da R. Guglielmo, Diritti particolari dei soci nelle s.r.l. e voto non proporzionale, in Riv. Not., 2010, p. 614, da R. Guglielmo e P. Silva, I diritti particolari del socio. Ambito oggettivo di applicazione e fattispecie, Studio n. 242-2011/I, Commissione studi d'impresa, p. 15, e da M. Cavanna, Partecipazione e diritti particolari dei soci, in Le nuove s.r.l., a cura di M. Sarale, Bologna, 2008, p. 135, come l'ammissibilità dell'attribuzione del voto non proporzionale possa essere argomentata anche dalla circostanza che un risultato analogo potrebbe essere conseguito mediante la contemporanea previsione di (a) assegnazione della partecipazione in misura non proporzionale al conferimento e di (b) diritti particolari in relazione alla distribuzione di utili e riserve.

2. - Nell'ambito delle tesi favorevoli, in tutto o in parte, alla derogabilità della regola della proporzionalità, alcuni autori prendono posizione su alcune specifiche modalità di deroga.

2.1. - Nelle deliberazioni che possono essere oggetto di diritti particolari, sono da ritenersi ammissibili le forme di voto «sovraproporzionale», rientranti nell'ampia nozione del voto plurimo. in quanto le stesse hanno comunque una portata inferiore rispetto all'attribuzione a singoli soci della facoltà di decidere in merito ad una singola materie indicate nell'art. 2468, comma 3, c.c. Così, G.P. La Sala, Art. 2479. I principi comuni all'assemblea e agli altri metodi decisionali. Le materie riservate, in S.r.l. Commentario dedicato a Giuseppe B. Portale, a cura di A. Dolmetta G. Presti, Milano, 2011, p. 801. Di contrario avviso, M.C. Lupetti, Deroga al criterio di proporzionalità tra partecipazione sociale e diritto di voto nelle s.r.l. tra vecchio e nuovo diritto societario, in Riv. Not., 2004, p. 1553, secondo il quale, se il legislatore non ha consentito il voto plurimo nelle s.p.a., ove si riscontra la compresenza di soci "capitalisti" e soci "risparmiatori", allora a fortiori tale previsione non sarà legittima nelle s.r.l. dove ogni socio assume una posizione rilevante all'interno della società.

2.2. - Ritiene, in linea di massima, ammissibili le clausole che subordinano l'esercizio del diritto di voto alla presenza di condizioni ulteriori, G. Zanarone, art. 2479, in Il Codice Civile Commentario, fondato e diretto da P. Schlesinger e continuato da F.D. Busnelli, Milano, 2010, p. 1299. Anche M. Cian, Le decisioni assembleari, in Le decisioni dei soci. Le modificazioni dell'atto costitutivo, in Trattato delle società a responsabilità limitata, diretto da C. Ibba - G. Marasà, IV, Padova, 2009, p. 86 ritiene legittime le clausole che prevedono limiti massimi al valore del voto esprimibile o che dispongono scaglionamenti: «non risulterebbe diversamente affatto giustificabile la conclamata ammissibilità di simili previsioni statutarie nella società per azioni (non facente ricorso al mercato del capitale di rischio), a fronte di un divieto di operare in tal senso in quella a responsabilità limitata». È concorde con questa ricostruzione anche G.P. La Sala, Art. 2479. I principi comuni all'assemblea e agli altri metodi decisionali. Le materie riservate., in S.r.l. Commentario dedicato a Giuseppe B. Portale, a cura di A. Dolmetta e G. Presti, Milano, 2011, p. 801, secondo il quale sono da ritenersi ammissibili le forme di voto «sottoproporzionale» nelle materie concernenti i diritti particolari di cui all'art. 2468, comma 3, c.c., dal momento che esse implicano una compressione del potere della collegialità minore rispetto all'affidamento della medesima materia alla potestà decisionale di un solo socio o di solo alcuni di essi.

Di contrario avviso P. Rainelli, Commento sub art. 2479 c.c., in Il nuovo diritto societario, diretto da G. Cottino, G. Bonfante, O. Cagnasso, P. Montalenti, vol **, Bologna, 2004, p. 1917 e G.A. Rescio, Il sovrano in esilio: riflessioni e problemi in tema di assemblea e decisioni dei soci, in Studi sulla riforma del diritto societario, a cura del Consiglio Nazionale del Notariato, Studi e Materiali, Suppl. al fasc. 1/2004, Milano, 2004, p. 375, i quali dubitano dell'ammissibilità di una clausola volta ad introdurre, per tutte o solo per alcune materie, il voto per teste.

2.3. - Ritengono ormai definitivamente superate le diffuse perplessità che circondavano la previsione di quote a voto limitato, essendo stata eliminata la correlazione tra voto e (numero di) quote (come risultava dal previgente art. 2485 c.c.), L.A. Bianchi e A. Feller, art. 2468 c.c., in Commentario alla riforma delle società , diretto da P. Marchetti - L.A. Bianchi - F. Ghezzi - M. Notari, Milano, 2008, p. 324. Parimenti favorevole alla creazione di quote con diritto di voto limitato, M. Speranzin, Partecipazioni senza diritto di voto nella s.r.l., in La struttura finanziaria ed i bilanci delle società di capitali, Studi in onore di G.E. Colombo, Torino, 2011, p. 215, il quale sottolinea che «le quote senza diritto di voto escludono quest'ultimo, non, invece, il diritto a partecipare ad ogni decisione (ed eventualmente impugnarla); non eliminano il diritto del socio, in certi casi, ad esprimere il suo (necessario) consenso per la (efficace o valida) assunzione di determinare decisioni che incidono su diritti indisponibili». L'autore, inoltre, rifiuta l'automatica applicazione analogica alla s.r.l. del limite del doppio del capitale sociale prevista dall'art. 2351 c.c. in relazione alle azioni senza di diritto di voto o con voto limitato.

È, invece, apertamente contrario alla previsione di quote a voto limitato, M.C. Lupetti, Deroga al criterio di proporzionalità tra partecipazione sociale e diritto di voto nelle s.r.l. tra vecchio e nuovo diritto societario, in Riv. Not., 2004, p. 1553. Confermando l'orientamento emerso a commento del previgente art. 2485 c.c., l'autore ritiene che la ratio che ha indotto il legislatore a consentire la creazione di azioni a voto limitato nelle s.p.a. a norma dell'art. 2351, comma 2, c.c., ossia la compresenza di soci "imprenditori" e soci "finanziatori", sia assente nelle s.r.l. dove «il modello di socio avuto presente dal legislatore è quello di un soggetto interessato a partecipare direttamente alla formazione della volontà collettiva». Concorda con tale impostazione  G. Zanarone, art. 2479, in Il Codice Civile Commentario, fondato e diretto da P. Schlesinger e continuato da F.D. Busnelli, Milano, 2010, p. 1297, il quale ritiene che «l'incomprimibilità del diritto di voto vada [.] affermata [.] facendo leva sull'indubbia appartenenza della s.r.l. al genus delle società, così come definite dall'art. 2247 c.c.: appartenenza la quale comporta che pure l'atto costitutivo, in mancanza di contraria disposizione di legge, non potrà contenere clausole volte ad escludere uno o più soci dall'"esercizio in comune" dell'attività economica, e quindi da quella forma minima di partecipazione alle decisioni collettive che è rappresentata appunto dal voto». Lo stesso dicasi per L. Restaino, art. 2479 c.c., in La riforma delle società , a cura di M. Sandulli e V. Santoro, Torino, 2003, 3, p. 165 e per P. Benazzo, L'organizzazione della nuova s.r.l. fra modelli legali e modelli statutari, in Le Società , 2003, p. 1070, i quali ritengono che la norma in commento escluda la validità di clausole che neghino a determinate partecipazioni sociali il voto nelle decisioni relative alla competenza dei soci.

2.4. - Ritiene ammissibile la previsione del voto non proporzionale nelle decisioni riguardanti le scelte relative all'amministrazione della società, R. Guglielmo, Diritti particolari dei soci nelle s.r.l. e voto non proporzionale, in Riv. Not., 2010, p. 611: «se è legittimo e possibile che l'amministratore venga nominato (o revocato) direttamente da un socio a maggior ragione nessun ostacolo può essere individuato nell'ipotesi in cui ad un socio sia specificamente attribuito un diritto di voto non proporzionale nella delibera di nomina (o di revoca) dello stesso».

La soluzione interpretativa è condivisa da molti altri autori già in precedenza citati, fra i quali si ricordano: A. Daccò, I diritti particolari del socio nelle s.r.l., in Il nuovo diritto delle società. Liber Amicorum G.F Campobasso, diretto da G.E. Colombo - G.B. Portale, Torino, 2007, vol. 3, p. 405 e M. Notari, Diritti "particolari" dei soci e categorie "speciali" di partecipazioni, in Analisi Giuridica dell'Economia, 2003, p. 331.

2.5. - Secondo G.P. La Sala, Art. 2479. I principi comuni all'assemblea e agli altri metodi decisionali. Le materie riservate., in S.r.l. Commentario dedicato a Giuseppe B. Portale a cura di A. Dolmetta e G. Presti, Milano, 2011, p. 801, nelle materie attribuite dalla legge alla competenza dell'assemblea, la previsione di un voto non proporzionale non sarebbe ammissibile in quanto: «[l]'imposizione della collegialità piena e la previsione per tali argomenti di quorum deliberativi più elevati [.] denotano un grado di tutela della minoranza in contrasto con l'esautoramento della volontà del gruppo susseguente all'assegnazione della potestà decisionale in capo a singoli soci». Risulta invece favorevole alla previsione di un voto non proporzionale anche nelle materie necessariamente rimesse alla competenza dell'assemblea, R. Guglielmo, Diritti particolari dei soci nelle s.r.l. e voto non proporzionale, in Riv. Not., 2010, p. 611, il quale ritiene che tale previsione non «svuoterebbe di significato» il metodo collegiale. Infatti, il principio di collegialità non sarebbe violato dalla previsione del voto non proporzionale (mentre lo sarebbe dalla previsione di un diritto particolare consistente nel potere di decidere unilateralmente una modifica dell'atto costitutivo). M. Speranzin, Partecipazioni senza diritto di voto nella s.r.l., in La struttura finanziaria ed i bilanci delle società di capitali, Studi in onore di G.E. Colombo, Torino, 2011, p. 215 sembra condividere quest'ultima impostazione [nota bibliografica a cura di F. Mottola Lucano].