Azioni a voto contingentato o scaglionato (art. 2351 c.c.)

La disciplina statutaria, consentita dall'art. 2351, comma 3, c.c., volta a prevedere che in relazione alla quantità di azioni possedute da uno stesso soggetto il diritto di voto sia limitato ad una misura massima o sia soggetto a scaglionamenti può riferirsi non solo alla generalità delle azioni che rappresentano il capitale sociale, ma anche a una o più categorie di azioni.

Nel caso in cui il voto contingentato o scaglionato si riferisca alla generalità delle azioni, il limite previsto dall'art. 2351, comma 2, c.c. non trova applicazione.

Nel caso in cui invece il voto contingentato o scaglionato si riferisca ad una o più categorie di azioni, il limite previsto dall'art. 2351, comma 2, c.c. è rispettato non solo quando le azioni di categoria speciale non eccedano la metà del capitale sociale, ma anche quando il numero complessivo dei voti esprimibili dalla totalità delle azioni sia almeno pari alla metà delle azioni complessivamente emesse.

 

 

Motivazione

 

Nel disciplinare il diritto di voto spettante alle azioni, l'articolo 2351 c.c. introduce, al terzo comma, la facoltà di prevedere che in relazione alla quantità di azioni possedute da uno stesso soggetto il diritto di voto sia limitato ad una misura massina o disporne scaglionamenti. Si tratta di due diverse possibili clausole statutarie volte a limitare il principio generale (espresso dal primo comma dell'articolo in questione) secondo cui alla titolarità di un'azione corrisponde il diritto di un esercitare un voto. La prima delle due possibili clausole impone un c.d. tetto massimo all'esercizio del voto: superata una certa soglia di partecipazione, il voto del socio si sterilizza per le azioni eccedenti. La seconda delle clausole prese in considerazione dall'art. 2351, terzo comma, c.c. è invece la c.d. clausola di voto a scalare o clausola di scaglionamento, la quale peraltro può a sua volta atteggiarsi in diversi modi. Il principio di fondo delle clausole di scaglionamento è comunque l'introduzione di un depotenziamento del diritto di voto progressivo al crescere della partecipazione azionaria: con tali clausole, dunque, il peso in termini di voto del singolo azionista diviene proporzionalmente inferiore mano a mano che aumenta il numero di azioni possedute.

La Massima vuole chiarire alcuni profili problematici che si pongono con l'introduzione di clausole di voto massimo (o voto contingentato) e di voto a scalare, e che in particolare possono porsi quando lo statuto introduca una tale tipologia di limitazione al diritto di voto non già a tutte le azioni in circolazione, ma ad una categoria di esse.

Il primo paragrafo della Massima, in effetti, vuol in via preliminare chiarire che l'imposizione di un limite massimo o di scaglionamenti può ben configurarsi come un diritto particolare proprio di una categoria azionaria. Lo statuto pertanto può sia prevedere, ad esempio, che nessun socio possa esercitare il diritto di voto per le azioni che eccedano una predeterminata soglia del capitale sociale, sia introdurre una tale limitazione soltanto per i soci che siano titolari di una determinata categoria azionaria e solo per le azioni di detta categoria. Ciò deve ritenersi senz'altro consentito alla luce dell'ampio e pacifico approccio interpretativo del disposto dell'art. 2348 c.c. e della nozione di "particolari diritti" in esso contenuta.

L'applicazione del tetto massimo o dello scaglionamento a una categoria di azioni piuttosto che alla generalità delle stesse comporta peraltro differenti implicazioni con riferimento all'operatività del limite previsto dal secondo comma dell'art. 2351, c.c., secondo cui il valore delle azioni a voto limitato non può complessivamente superare la metà del capitale sociale. Il secondo ed il terzo paragrafo della Massima indagano tali implicazioni.

Si ritiene anzitutto che quando il voto contingentato o scaglionato venga dallo statuto riferito alla generalità delle azioni, il limite previsto dall'art. 2351, comma 2, c.c. non trovi applicazione. La conclusione si giustifica sulla base di un duplice ordine di considerazioni. In primo luogo, la regola che impedisce che le azioni a voto limitato superino la metà del capitale sociale presuppone, per il suo operare, che vi siano azioni a voto pieno e azioni, appunto, a voto limitato. Ciò non accade quando il voto contingentato o il voto scaglionato siano riferiti a qualunque socio, e dunque a qualunque azione (o meglio: a qualunque pacchetto azionario): in tali ipotesi, quindi, non sembra sussistere il presupposto affinchè il limite previsto dall'art. 2351, secondo comma, c.c. possa concretamente operare. In secondo luogo, quando il tetto massimo o lo scaglionamento si configurano come regola generale viene meno anche la ratio della limitazione in parola. Con essa, infatti, si vuole evitare che il comando della società si concentri nelle mani di chi detiene (e dunque investa in) una porzione eccessivamente ridotta di capitale. Ma questa è una distorsione che non ha luogo quando tutte le, e non solo parte delle, azioni siano destinate a subire in modo eguale il contingentamento o lo scaglionamento del voto.

Lo scenario invece cambia quando tali limitazioni al diritto di voto vengano dallo statuto riferite a speciali categorie di azioni, perché in tali circostanze esistono, appunto, azioni a voto limitato e azioni a voto pieno, e conseguentemente sussistono i presupposti potenziali per l'applicazione del divieto dell'art. 2351, secondo comma, c.c.. Il terzo ed ultimo paragrafo della Massima vuole dunque indicare come si debba applicare tale divieto in presenza di categorie speciali di azioni a voto contingentato o scaglionato.

Si ritiene, sul punto, che il divieto possa considerarsi osservato, alternativamente, almeno mediante due possibili assetti. Una prima possibilità è che il numero delle azioni di categoria speciale (quella cui viene imposto il contingentamento o lo scaglionamento) non superi la metà delle azioni che compongono il capitale sociale. In tale ipotesi, infatti, il requisito dell'art. 2351, secondo comma, c.c. viene certamente e testualmente rispettato perché appunto le azioni colpite dalla limitazione di voto (sia pure solo potenziale come è il contingentamento o lo scaglionamento) non superano la metà del capitale.

La limitazione del voto tipica del contingentamento e dello scaglionamento, si è appena osservato, è una limitazione potenziale, perché sterilizza o depotenzia il voto dell'azione solo se il socio supera una certa soglia di possesso. Proprio la natura potenziale della limitazione conduce a ritenere che rispetti il divieto dell'art. 2351, secondo comma, c.c. anche quell'assetto in cui il numero delle azioni che compongono la categoria speciale di azioni a voto contingentato o scaglionato sia anche superiore rispetto alla metà del capitale, ma il numero delle azioni - di qualunque categoria esse siano - a voto pieno rimanga in concreto almeno pari alla metà delle azioni complessivamente in circolazione. Ben potrebbe accadere, ad esempio, che nessun socio di categoria speciale superi la soglia oltre la quale si attiva il depotenziamento o la sterilizzazione del voto, circostanza nella quale in realtà nessuna azione potrebbe considerarsi a voto limitato, non trovando così applicazione né i presupposti testuali né la ratio dell'art. 2351, secondo comma, c.c.. La Massima, dunque, invita a guardare non solo e non necessariamente l'ampiezza della categoria speciale, ma anche il numero concreto di voti esercitabili. In via esemplificativa, si segnala che ciò potrà ad esempio suggerire una clausola statutaria che in presenza di azioni speciali a voto contingentato o scaglionato preveda, per il caso in cui in concreto i voti pieni siano inferiore alla metà delle azioni in circolazione, un meccanismo di automatica limitazione del "depotenziamento" delle azioni a voto contingentato o scaglionato, oppure un meccanismo di automatica conversione delle stesse.

 

 

Nota bibliografica

 

1. - In relazione al primo paragrafo della Massima, la possibilità che le limitazioni in oggetto possano riferirsi ad una categoria di azioni è prevalentemente riconosciuta dalla (non frequente) dottrina che ha indagato i rapporti tra i due istituti: cfr. M. Notari, Le categorie speciali di azioni, in Il nuovo diritto delle società. Liber amicorum Gian Franco Campobasso, diretto da P. Abbadessa e G.B. Portale, vol. 1, Assago, 2007, pp. 591 ss., il quale chiarisce che, sebbene l'imposizione di un limite massimo o di scaglionamenti non dia vita necessariamente ad una categoria di azioni, nulla impedisce che tali limiti si applichino solo ad una parte delle azioni, mediante appunto il ricordo alla creazione di una speciale categoria azionaria. La medesima posizione è espressa inter alios da A. Angelillis - M.L. Vitali,  Art. 2351, in Commentario alla riforma delle società , Milano, 2008, p. 446 (i quali tra l'altro correttamente segnalano che tale caratteristica può rappresentare "l'unico diritto diverso che caratterizza una categoria speciale di azioni"); G.P. La Sala, Principio capitalistico e voto non proporzionale nella società per azioni, Torino, 2011, p. 82 (il quale precisa che il ricorso ad una autonoma categoria azionaria costituisce "la tecnica esclusiva che è possibile impiegare qualora si vogliano applicare delle limitazioni di voto in modo non uniforme tra i soci"), U. Tombari, Le categorie speciali di azioni nella società quotata, in Riv. soc., 2007, p. 971, M. Libertini - A. Mirone - P.M. Sanfilippo,  Art. 2351, in Commentario romano al nuovo diritto delle società , Padova, 2010, p. 274.

Decisamente minoritaria appare invece la tesi secondo cui le limitazioni in oggetto debbano necessariamente riferirsi a tutte le azioni: cfr. F.S. Costantino, Le azioni e gli strumenti finanziari partecipativi, in Le nuove s.p.a., diretto da O. Cagnasso e L. Panzani, vol. *, Bologna, 2010, p. 377 (secondo il quale diversamente si "determinerebbe di fatto l'attribuzione del voto plurimo alle azioni a voto pieno") e, in senso dubitativo, N. Abriani,  Art. 2351, in Il nuovo diritto societario, diretto da G. Cottino, G. Bonfante, O. Cagnasso e P. Montalenti, vol. *, Bologna, 2004, p. 330.

2. - In relazione al secondo paragrafo della Massima, la non applicabilità del limite quantitativo di cui all'art. 2351, secondo comma, c.c. alle fattispecie di cui al terzo comma della disposizione medesima costituisce una considerazione ricorrente nella dottrina societaria successiva alla riforma: cfr. V. Santoro,  Art. 2351, in La riforma delle società , a cura di M. Sandulli e V. Santoro, tomo 2/I, Torino, 2003, p. 150, F. Dimundo,  Art. 2348, in La riforma del diritto societario, a cura di G. Lo Cascio, vol. 4, Milano, 2003, p. 51, A. Angelillis - M.L. Vitali, cit, p. 444, M. Libertini - A. Mirone - P.M. Sanfilippo, cit., p. 274.

3. - In relazione al terzo paragrafo della Massima, non constano specifiche prese di posizione sulla problematica delle modalità di calcolo del limite quantitativo di cui all'art. 2351, secondo comma, c.c.; più in generale, per la tesi secondo sarebbe in ogni caso necessario rispettare tale limite quantitativo qualora il voto contingentato o scaglionato sia veicolato mediante categorie di azioni, cfr. M. Libertini - A. Mirone - P.M. Sanfilippo, cit., p. 274 (i quali rilevano che "in tal caso la clausola si trasforma di fatto in una limitazione del diritto di voto per le azioni in questione e pertanto entra in gioco il tetto della metà del capitale sociale") e G.P. La Sala, cit., p. 84 (il quale sottolinea che "una diversa interpretazione non potrebbe d'altronde fondarsi sull'omessa riproduzione del limite quantitativo della metà del capitale nell'art. 2351, comma 3°, c.c., giacchè questa norma disciplina le clausole di voto valide a parità di condizioni per l'intero capitale e non la creazione di categorie di azioni, regolate dal comma precedente"). Accolgono invece la tesi di un possibile attenuamento del limite quantitativo in oggetto in caso di imposizione di un limite massimo o di scaglionamenti ad una categoria di azioni M. Notari, cit., per il quale il numero di azioni di tale categoria "può superare la metà, non applicandosi il limite dell'art. 2351, comma 2°, ult. frase, c.c." ed A. Angelillis - M.L. Vitali, cit, p. 446 (nt. 224).